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Vittorie avvelenate: perché l’IDF non può vincere con l’ultima follia dell’occupazione di Gaza City

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Vittorie avvelenate: perché l’IDF non può vincere con l’ultima follia dell’occupazione di Gaza City

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Dopo quasi due anni di genocidio contro la popolazione di Gaza, l’esercito dell’entità sionista sembra non essere più lo stesso rispetto a prima del 7 ottobre 2023, quando si sentiva invincibile. E l’intero Paese è cambiato, se possibile in peggio, per tutti tranne che per gli invasati che lo governano, approfondendo una decadenza inarrestabile e una probabile autodistruzione.
L’annuncio del governo occupante la Palestina di un’offensiva contro Gaza City rappresenta, più che una scelta militare, il tentativo di costruirsi una narrazione ingannevole in una guerra d’aggressione sadica che ha distrutto la reputazione e in parte l’economia israeliana, senza risolvere nessuno dei problemi che la presenza palestinese comporta per loro, anzi amplificandoli tutti.

Obiettivi (impossibili) attribuiti al gabinetto di guerra

Il gabinetto di guerra vorrebbe occupare gradualmente quel che resta e, in particolare, Gaza City, deportare i suoi abitanti in campi di concentramento, estromettere e annientare la Resistenza, occuparsi – come già sappiamo – degli aiuti alimentari, mentre Trump vorrebbe affidare la Striscia a paesi arabi amici. Una prospettiva oscena, umiliante, inaccettabile.

Obiettivi irraggiungibili per una serie di ragioni che sono queste:

Intanto, il primo motivo è la crescente impopolarità del governo: nell’entità occupante l’opinione pubblica sta cambiando atteggiamento e non è più schierata col genocidio ad ogni costo. Il primo sciopero generale per la pace è previsto per il 17 agosto, indetto dalle famiglie dei prigionieri e da diverse organizzazioni della società civile per chiedere la fine della guerra. L’Histadrut, il sindacato israeliano, avrebbe dovuto originariamente partecipare allo sciopero, ma per vari motivi ha declinato l’invito. L’appello a porre fine alla guerra non riguarda solo la necessità di liberare i prigionieri, ma anche di evitare ulteriori perdite economiche e sociali che ricadrebbero sui cittadini, che da due anni non vivono più una vita normale. A differenza dei palestinesi, abituati all’insicurezza imposta dal sionismo, per gli israeliani questa terra è stata per 80 anni un luogo sicuro per loro, ed ora invece si confrontano con le sirene e con i razzi della Resistenza, dell’Iran e dello Yemen.

Vittoria morale e spirituale della Resistenza

In questo difficile frangente la Resistenza e la resilienza palestinese rappresentano di fatto una straordinaria vittoria morale e spirituale per i palestinesi agli occhi della Umma e del mondo intero, costi quel che costi in termini materiali. Mentre il resto del mondo si sveglia lentamente, loro combattono come leoni con anima e corpo, offrendo tutto per la vittoria nazionale e religiosa sulle forze del male e dell’oppressione.
E sono una luce per il mondo.

Non credo, d’altra parte (sionista), che sia mentalmente sano pensare di sterminare o deportare milioni di persone quando sei il premier di un paese impoverito dalle proprie contraddizioni interne, da conflitti decennali, con un esercito indebolito e il consenso in caduta libera. Quasi un nono del Paese, costituito da giovani ebrei istruiti – quelli che contano davvero – ha fatto le valigie negli ultimi due anni. Gli israeliani sionisti, che hanno perso la guerra demografica in Palestina, vengono boicottati persino in Europa, ed una parte dei loro intellettuali è costretta ad ammettere la realtà del genocidio, come ha fatto recentemente David Grossmann. Il possibile isolamento e la crisi economica sono fattori che rendono sempre più costoso l’intervento a Gaza, tanto più che l’esercito fatica a trovare volontari e si è trovato a dover fare fronte a giovani che rifiutano il servizio militare.

“Vittorie avvelenate” e rischio sconfitta

Ma lui, Netanyahu, ed ancora più i suoi idioti alleati Smotrich e Ben Gvir sono sicuri di trionfare ed arrivare al fiume Eufrate, quando di fatto il loro esercito viene decimato appena mette i piedi fuori dai confini (sempre provvisori…), ragion per cui hanno compiuto innumerevoli massacri via aerea e tramite droni, e non solo a Gaza ma anche in Libano e Siria, oppure tramite massicce operazioni di terrorismo di Stato ed uccisioni extragiudiziali. Queste sono state le loro vittorie tattiche, ottenute con l’inganno e con la frode: vittorie avvelenate che porteranno a una sconfitta cocente quanto più si indebolirà il sostegno americano.

Già l’operazione militare della Resistenza aveva messo in luce la crisi della deterrenza israeliana, basata sulla militarizzazione del territorio, la violazione sistematica dei diritti umani, il controllo ossessivo e lo stato di apartheid imposto ai palestinesi, compresi gli arabi israeliani. I confini dell’entità genocida erano stati violati, l’esercito e i servizi segreti beffati, ed erano stati presi molti ostaggi da scambiare con i prigionieri palestinesi. Il rilascio di quelli rimasti in vita è diventato un affare di Stato di difficile soluzione, visto che il premier vuole rimanere in sella ad ogni costo per evitare i processi e può farlo solo continuando a massacrare. La questione palestinese, che stava per essere sgretolata dal punto di vista politico-diplomatico con i famigerati Accordi di Abramo, dopo il 7 ottobre aveva ripreso forza, visibilità e popolarità, e la Resistenza era diventata soggetto politico forte com’è ancora oggi. E non potrebbe essere altrimenti, poiché se domani, con un incantesimo, sparisse Hamas, ne nascerebbero altre cento.

Battaglia informativa e opinione pubblica mondiale

Un altro motivo che ostacolerà il lavoro sporco degli occupanti sarà il crescente ripudio dell’opinione pubblica mondiale delle tesi sioniste, viste come razziste e discriminatorie contro i non ebrei.

Netanyahu ha lanciato la campagna genocida, corredata da una gigantesca campagna di stampa tesa a criminalizzare chiunque sostenga l’esistenza di una questione palestinese da risolvere pacificamente o col ricorso legittimo alla lotta armata, e chiunque critichi a qualsiasi titolo le violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra connessi contro un popolo inerme e, in particolare, contro bambini, donne, personale sanitario, intellettuali e giornalisti, uccisi apposta e scelti uno per uno attraverso l’AI. Questa campagna di stampa è totalmente fallita anche nei paesi occidentali, a tal punto che alcuni governi europei hanno deciso di riconoscere la Palestina e che l’opinione pubblica non crede più a una virgola delle veline sioniste trasmesse su giornali compiacenti: gente che ha il coraggio di dire che la foto del bambino scheletrito che ha fatto il giro del mondo non è di Gaza (come ha scritto Libero un paio di giorni fa; darebbero dell’antisemita pure al ministro Crosetto).

Hanno speso somme considerevoli per ingannarci, ma sono stati battuti dagli attivisti sui social. Non solo, ma l’opinione pubblica europea ed americana ha ripreso a interrogarsi sulla reale natura del sionismo, a partire da un considerevole numero di intellettuali ebrei. Giova ricordare che un importante filone dell’antisionismo è nato dalla riflessione di ebrei laici o religiosi. Intanto il regime d’occupazione crolla nei sondaggi tra il cosiddetto popolo eletto: se ci fossero le elezioni, e nonostante i non ebrei siano assolutamente sottorappresentati nella Knesset, la destra uscirebbe con le ossa rotte, in quanto nessuno degli obiettivi strategici per l’entità occupante è stato raggiunto ed il Paese vive militarmente solo di aiuti militari angloamericani (purtroppo anche italiani) sempre più scarsi.

Sostegno USA e mosaico sociale israeliano

Il mondo si solleva oggi per Gaza, ma molti musulmani sono distratti, mentre altri, pur numerosi, fanno troppo poco. Nonostante ciò, quella che potrebbe essere una vittoria per Israele sarà una vittoria di Pirro. Possono distruggere e uccidere, ma non riusciranno mai a sottomettere i palestinesi né ad oscurare le loro ragioni davanti al mondo. Oggi le ragioni di Gaza vengono difese fino in Giappone, dove sono scese in piazza decine di migliaia di persone.
Il risultato di due anni di guerra asimmetrica e dell’apertura contemporanea di sette fronti di guerra da parte di Netanyahu è sotto gli occhi di tutti: un disastro che Trump cerca di imbellettare con discorsi osceni. Diversi analisti hanno affermato che se c’è una persona in grado di mettere Israele sulla strada della dissoluzione interna, quest’uomo è Benjamin Netanyahu.

Oggi non ci sono le condizioni per una sconfitta militare del sionismo causata da un’insurrezione palestinese o da una guerra di liberazione araba e, nonostante ciò, l’entità sopravvive solo grazie agli aiuti americani.

La società israeliana è stata sempre un mosaico di popoli a diritti differenziati (aschenaziti vs sefarditi, laici vs ortodossi, ebrei vs arabi), anche quando facevano finta di essere laici e socialisti, attirando intellettuali europei nei kibbutz; divisa e frammentata anche politicamente. Una società che poteva reggere guerre di breve durata, in cui i soldati venivano frequentemente mandati a casa e in cui il numero di caduti e mutilati era basso. E soprattutto una società che si basava sulla costruzione di muri e recinti di filo spinato per mantenere una sicurezza assoluta sul territorio. E nei momenti in cui questa sicurezza è mancata è stato letteralmente il panico. Panico alimentato dalla mentalità paranoica secondo la quale tutto il mondo è antisemita e non vede l’ora di farla finita con gli ebrei (confondendo ebrei con sionisti), quando invece, secondo loro, tutto il mondo deve risarcire i sionisti (non gli ebrei) per qualcosa che è accaduto in Europa e non in Palestina per colpa di un paranoico tedesco con i baffi. La paranoia e il panico adesso si rivoltano contro chi li ha alimentati per decenni, mentre non toccano i cuori dei gazawi.

Dati di perdite e impatto sociale

Dal 2023 la società israeliana, dopo un periodo di coesione nazionale, è di nuovo nel panico, alle prese con quasi un milione di cittadini ebrei che hanno lasciato il Paese, con una scarsa crescita demografica e con una grossa ricaduta in termini di vittime, feriti, malati mentali nell’esercito (l’agenzia di stampa Anadolu parla di diecimila tra morti e feriti tra i soldati IDF). L’impatto dei morti ed ancora più di quasi centomila mutilati e impazziti su una società come quella israeliana è molto forte ed è, per settori crescenti della popolazione, una motivazione per farla finita con il genocidio.

Le cifre ufficiali relative a tutta la durata dell’attacco criminale a Gaza parlano di poco meno di 900 caduti e di diverse decine di migliaia tra mutilati e impazziti, oltre ad una cinquantina di suicidi. I nomi dei caduti accertati sono stati pubblicati uno per uno sul Times of Israel, mentre manco una virgola è stata scritta per i 100.000+ palestinesi uccisi (The Lancet), ed è un elenco impressionante per un paese abituato a guerre poco costose in termini di perdite umane. Per fare un paragone, la Guerra dei sei giorni costò all’entità sionista solo un’ottantina di vittime e circa diecimila feriti, ma i martiri dalla parte araba furono circa sessantamila. Il primo sciopero generale in Israele, che è previsto per il 17 agosto, è stato indetto dalle famiglie dei prigionieri e da diverse organizzazioni della società civile per chiedere la fine della guerra. L’Histadrut, il sindacato israeliano, avrebbe dovuto originariamente partecipare allo sciopero, ma per vari motivi ha declinato l’invito. L’appello a porre fine alla guerra non riguarda solo la necessità di liberare i prigionieri, ma anche di evitare ulteriori perdite economiche e sociali. L’attacco a Gaza avrà oltretutto pesanti ricadute sociali in termini di tasse e welfare, e il Ministero delle Finanze è ancora impegnato a trovare i fondi. Tutto ciò mentre arrivano continuamente notizie di decessi di militari a Gaza.

Valutazioni etiche e retorica dei martiri

Ognuno di questi morti è una pietra tombale sul suprematismo sionista ed un chiaro avvertimento ai tiranni, non solo del mondo arabo. È una prova di quanto poco questi invasati calcolino le vite umane degli appartenenti al cosiddetto popolo eletto, usati e gettati come i reduci americani del Vietnam e dell’Iraq.

Ed è la prova che la Resistenza è viva, non si processa e resterà come soggetto politico imprescindibile in Palestina. Nonostante tutti i tentativi di distruggerla, essa è immortale come i suoi Martiri, mentre noi sappiamo che un giorno la Palestina sarà libera dal sionismo e queste vittime innocenti palestinesi non solo non sono cadute invano, ma vivono adesso in Paradiso, felici, protette dal nostro Signore.

E che i morti non sono tutti uguali, perché tra oppressi ed oppressori c’è una bella differenza. Vero è che alcuni non hanno retto ai crimini che avevano fatto o che avevano visto. Hanno avuto davanti agli occhi la verità su coloro che andavano a sterminare per servire la sete di potere di un sistema marcio e neocoloniale, e non hanno retto: sono impazziti e si sono suicidati.

Secondo la stessa stampa israeliana (Haaretz) l’atteggiamento di Netanyahu di fronte alle famiglie dei soldati morti sarebbe stato selettivo e dipendente dalla vicinanza politica delle famiglie o da puro opportunismo legato alla questione degli ostaggi. Alcune famiglie non hanno ricevuto nemmeno le condoglianze: una cinica strategia per impedire alle famiglie di coalizzarsi contro di lui. Non c’è da stupirsi, visto che l’IDF è pronto a sparare anche sui suoi stessi soldati quando c’è il pericolo che vengano presi in ostaggio dalla Resistenza, com’è accaduto il 7 ottobre.

Nuova offensiva su Gaza City criticata “dall’interno”

Adesso Netanyahu vuole attaccare Gaza City per distruggere anche quella poca terra rimasta abitabile e deportare o uccidere gli abitanti rimasti. I militari dell’IDF ed esponenti dei servizi segreti hanno definito il piano governativo una follia, in quanto è impossibile raggiungere gli obiettivi dichiarati. Il generale Yair Golan capo di una fazione liberale del sionismo ha affermato che occupare Gaza equivale all’autodistruzione di Israele, e le stesse critiche sono state mosse dal capo di stato maggiore dell’IDF, Elyal Xamir. Naftali Bennett, che aspira a diventare il prossimo primo ministro israeliano, è recentemente tornato dagli Stati Uniti e ha testimoniato che Israele è diventato uno “stato lebbroso” (fonte: Middle East Eye). Secondo Bennett, un’azione volta a occupare completamente l’enclave non deve essere attuata senza tenere conto dell’opinione pubblica internazionale. Bennett, che non si oppone all’uccisione dei palestinesi né moralmente né politicamente, capisce, come altri in Israele, che il Paese si sta dirigendo verso l’isolamento.

Ed è proprio da folli continuare ad usare la stessa strategia fallimentare pensando di ottenere risultati diversi. Altri martiri, altra violenza, altra occupazione e bombe. Il risultato sarà l’arruolamento di molti altri giovani palestinesi nella Resistenza, giovani che hanno perso casa e parenti esattamente come le generazioni precedenti. E l’IDF troverà solo la morte e solo altra guerriglia, come ha ben dimostrato l’esempio dell’Algeria, quando la Francia ha vinto la Battaglia di Algeri ma alla fine è stata cacciata dall’eroico popolo algerino, che ha conquistato col sangue di oltre un milione di martiri la propria indipendenza. Di fatto è quasi impossibile per un esercito convenzionale aver ragione della guerriglia quando le strategie dell’avversario sono valide.

Cambio di vento internazionale e media

A differenza di due anni fa, quando tutte le classi dirigenti dell’Occidente collettivo supportavano il genocidio con la scusa della sconfitta dei presunti terroristi, adesso quasi tutti i governi si sono opposti all’offensiva contro Gaza City con le stesse argomentazioni dei capi militari israeliani, cercando di costruire improbabili trattative e colloqui di pace, dopo che Gaza è stata lasciata al suo destino fino a un paio di settimane fa, quando, come per magia, la narrativa mainstream è cambiata e la stampa ha iniziato a mettere in prima pagina i bambini scheletriti e a intervistare gli operatori sanitari e i volontari delle Ong che sono rimasti sul posto.

Noi che difendiamo Gaza da sempre possiamo solo denunciare l’infinita ipocrisia dei governi e l’inerzia diplomatica della comunità internazionale, ostaggio di Trump e della sua politica criminale.

Di fatto, militarmente, l’IDF paga un pesante tributo di sangue ogni volta che mette i piedi nella Striscia, controllandone di fatto solo la superficie e nemmeno tutta. I suoi soldati sono quotidianamente vittime di agguati dei cecchini, i suoi blindati incendiati, mentre le condizioni di vita dei soldati sono al limite della resistenza fisica e mentale. Un Vietnam, un inferno senza via di uscita.

Avvertimento di Hamas e scenario politico esterno

Hamas ha fatto sapere al governo di occupazione che entrare a Gaza sarà per loro estremamente costoso in termini di vite umane e porterà ad altri crimini di guerra evitabili, oltre a finire di distruggere quel residuo di autorevolezza rimasto nelle loro mani. Ormai i sionisti sono tra le persone più odiate dal resto dell’umanità, difesi solo dagli angloamericani ed un poco anche dall’Italietta meloniana (la madre cristiana si è fatta finalmente sfuggire di bocca la parola “genocidio” qualche giorno fa, ma sta ben attenta a non smarcarsi troppo da zio Donald).

Mentre a Tel Aviv 60.000 abitanti dell’entità sionista chiedevano la fine del “conflitto” e la liberazione degli ostaggi, chiedendo a Netanyahu di fermarsi, e anche le università partecipavano alle manifestazioni, a diecimila km il premier cinese Xi Jinping ha affermato che la Palestina appartiene ai palestinesi: cosa sulla quale, a parole, è d’accordo mezzo mondo, ma sulle cui conseguenze pratiche tutti fanno orecchio da mercante. Ma milioni di cuori fremono, soffrono e pregano per i gazawi.

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Donatella Salina

Sociologa, attivista della comunità islamica romana e opinionista

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