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Trent’anni fa un genocidio nel cuore dell’Europa: dopo il dimenticato massacro dei bosniaci musulmani la storia si ripete

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Trent’anni fa un genocidio nel cuore dell’Europa: dopo il dimenticato massacro dei bosniaci musulmani la storia si ripete

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L’11 luglio è ricorsa la Giornata Internazionale di riflessione per il genocidio di Srebrenica, in Bosnia ed Erzegovina, istituita dall’ONU il 24 maggio 2024: nella sola città in questione almeno 8.372 musulmani maschi furono arrestati, torturati e crivellati di colpi da parte dei militari serbo-bosniaci, guidati dal generale Ratko Mladić, senza contare le violenze e gli stupri ai danni di donne, bambini e anziani.

Le vicende rientrano nel complesso quadro delle guerre di Jugoslavia che hanno sconvolto l’Europa orientale tra il 1991 e il 2001, portando alla dissoluzione della Repubblica socialista federale jugoslava in diversi Stati sovrani. La guerra in Bosnia ed Erzegovina cominciò il 1° marzo 1992, con il successivo assedio di Sarajevo da parte dell’esercito serbo-bosniaco, e terminò il 14 dicembre 1995 dopo gli accordi di Dayton a novembre 1995, vedendo coinvolti milizie serbo-bosniache, bosniaci musulmani e croato-bosniaci.

L’enclave di Srebrenica, che si trova all’interno dell’autodichiarata Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, era stata dichiarata zona sicura dalle Nazioni Unite e messa sotto protezione di un contingente olandese dell’UNPROFOR (la Forza di Protezione delle Nazioni Unite), solo 550 caschi blu a difesa di migliaia di rifugiati. Nella base ONU istituita a Potoćari si erano, infatti, rifugiati migliaia di cittadini bosniaci di fede islamica (i bosgnacchi) sia provenienti da Srebrenica che dalle città limitrofe cadute in mano alle milizie serbe. Tra 12 e 15 mila persone, invece, si rifugiano nei boschi attorno a Srebrenica.

La città fu attaccata il 6 luglio dall’esercito serbo-bosniaco e il massacro disumano avvenne tra l’11 e il 22 luglio 1995, quando l’esercito guidato da Mladić, sotto gli occhi dei caschi blu olandesi inermi, riuscì ad entrare nella base dell’ONU. I militari serbi misero in atto un progetto di pulizia etnica, dividendo intere famiglie di bosgnacchi: donne, bambini e anziani furono separati dai mariti e dai figli, fatti salire su corriere e allontanati da Srebrenica con destinazione ignota. Gli uomini, tra i 16 e i 65 anni, subirono una sorte ben peggiore: furono rastrellati dalla base delle Nazioni Unite e dai boschi dove si erano rifugiati facendo loro credere di essere al sicuro, e rinchiusi nel campo da calcio e nell’edificio scolastico della città, dove furono torturati e poi uccisi a sangue freddo dalle milizie serbe.

Dopo la guerra le indagini hanno portato alla scoperta di tante fosse comuni, dove erano stati ammassati i corpi massacrati dalle milizie serbe. Oggi la base ONU è stata trasformata nel Memoriale del massacro di Srebrenica e la stele informativa alle sue porte riporta 8.372 vittime, con tre punti di sospensione, in quanto il numero dei morti potrebbe essere superiore al dato ufficiale. Di questi morti, dalla fine della guerra ai giorni nostri, manca all’appello circa un migliaio di corpi, difficilmente recuperabili, in quanto le fosse comuni furono saccheggiate in fretta e furia dall’esercito di Mladić per nascondere le prove incriminanti.

Le vicende di luglio furono dichiarate ufficialmente “genocidio” sia dal Tribunale Penale per la ex-Jugoslavia che dalla Corte Internazionale di Giustizia, una definizione non ancora riconosciuta dalle entità serbo-bosniache e dalla stessa Serbia, che sminuiscono il numero delle vittime e le proprie responsabilità nelle vicende.

Il film “Quo vadis, Aida?”, uscito nel 2020 e diretto dalla regista bosniaca Jasmila Žbanić, racconta la storia di una traduttrice bosniaca che si ritrova a vivere l’assedio della base ONU dove lavora. Le vicende raccontate sono ispirate alla vera storia dell’interprete bosniaco Hasan Nuhanović, che funse da mediatore al tavolo dei negoziati tra il generale olandese Thomas Karremans, Ratko Mladić e i portavoce dei rifugiati bosniaci, poco prima dell’avvio della pulizia etnica ai danni dei musulmani.

Nel 1992 due terzi della popolazione di Srebrenica erano composti da abitanti bosgnacchi; oggi la popolazione islamica conta solo un terzo sul totale, a seguito dei massacri e poi delle migrazioni. Solo una minoranza di musulmani ha deciso di tornare nella città dove hanno perso molti membri della propria famiglia, con la beffa di vivere accanto a chi ha avuto qualche responsabilità durante i massacri. Infatti, solo quindici persone di alto profilo sono state condannate dal Tribunale Internazionale per la ex-Jugoslavia. Molti dei responsabili serbo-bosniaci di basso grado non sono stati processati e oggi alcuni di loro ricoprono ruoli dirigenziali all’interno della società di Srebrenica.

Il giornalista bosniaco Zlatko Dizdarević ha scritto una cronaca dell’assedio di Sarajevo, nel “Giornale di guerra”, pubblicato nel 1994 da Sellerio Editore. Qui vi riporta la frase di un suo collega inviato di guerra in Libano per descrivere la questione bosniaca: “<< Ogni paragone fra la nostra situazione attuale e quella del Libano di dieci anni fa non può che suonare offensiva per i libanesi >>. Nessuno là ha ucciso un giornalista solo perché era un giornalista e perché trasmetteva alla sua redazione ciò che vedeva coi propri occhi. Nessuno là prendeva la mira e sparava sulla vettura della Croce Rossa, né vi si ammazzò mai un medico che tentava di soccorrere un ferito. […] A Sarajevo sì, a Sarajevo tutto ciò è avvenuto nelle ultime trenta ore.” Il giornalista di cui parlava Dizdarević era un suo collega assassinato sulla porta della redazione dove lavorava.

Questa cronaca degli anni Novanta non differisce da quanto sta accadendo ai giorni nostri in Medioriente.

Le giornate Internazionali istituite dall’ONU dovrebbero servire per riflettere sui massacri del passato e per gridare con forza “Mai più”.

Il XX secolo è stato ricco di genocidi: il genocidio degli armeni tra il 1915 e il 1923; il genocidio degli ebrei e dei rom in Europa durante la Seconda guerra mondiale; il genocidio dei tutsi in Ruanda nel 1994; il genocidio dei bosniaci musulmani in Bosnia ed Erzegovina nel 1995 (la ripetizione è d’obbligo per non dimenticare l’impatto di queste tragedie su intere popolazioni e l’eredità nella memoria collettiva).

Tuttavia, la storia torna a ripetersi nelle terre di Palestina, davanti all’indifferenza delle potenze mondiali, ma nessuna azione impattante viene presa in considerazione, perché in ballo ci sono troppe questioni prettamente economiche, si è creato un “business del genocidio”, come recentemente rivelato da Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi.

Sono quasi due anni di massacri di migliaia di palestinesi, soprattutto di donne e bambini, da quel fatidico 7 ottobre 2023 che ha scosso tutto il mondo, e oggi si torna a discutere su quale terminologia sia necessario utilizzare per definire la tragedia ai danni di un popolo, quello palestinese: crimini di guerra, genocidio, pulizia etnica.

La definizione di “genocidio”, per definire il massacro in atto nella Striscia di Gaza, contestata da alcuni fronti, è stata adottata da governi nazionali, tra cui il Sudafrica, da organismi internazionali quali la Corte Penale Internazionale dell’Aja che ha espresso preoccupazione per le derive genocidarie, e da organismi non governativi come Amnesty International.

Sebbene la memoria sia corta e ci si dimentichi facilmente dei genocidi del passato, sarà necessario istituire una giornata di riflessione anche per i massacri in atto in Palestina, sia nella Striscia di Gaza che nei territori occupati della Cisgiordania, per ridare dignità alle migliaia di morti e a milioni di sfollati.

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Saida Hamouyehy

Educatrice e mediatrice culturale

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