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Gli imam sionisti influencer del genocidio: balli e canti con Herzog mentre a Gaza continua lo sterminio

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Gli imam sionisti influencer del genocidio: balli e canti con Herzog mentre a Gaza continua lo sterminio

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Se non fosse tutto maledettamente vero, sembrerebbe la trama di una farsa. Mentre a Gaza si contano i morti sotto le macerie — donne, bambini, famiglie intere — un manipolo di sedicenti “leader musulmani europei” si fa immortalare sorridente a Gerusalemme, a cantare l’inno israeliano Hatikvah in arabo, ballando e stringendo mani insanguinate, accanto al presidente israeliano Isaac Herzog.

Così, tra un selfie alla Knesset, un tour all’Al-Aqsa e una visita ai coloni travestita da “dialogo interreligioso”, Israele compra l’ennesima foglia di fico per coprire con la retorica del “messaggio di pace” un genocidio che va avanti da mesi sotto gli occhi di chi dovrebbe indignarsi, non danzare.

I protagonisti italiani

A rendere ancora più grottesco lo spettacolo, c’è la delegazione italiana:

  • Ali El Aarja, che opera nella provincia di Torino 
  • Lhoussaine Ait Alla, presidente della pomposamente autodefinita “Federazione Regionale Islamica del Veneto”,
  • Abdel Aziz, che opera tra Mantova e Reggio Emilia 

Per chi non conosce la geografia delle sigle islamiche italiane: i primi due sono noti per essere stati allontanati dalla Confederazione Islamica Italiana (CII), l’organismo che in nel nostro Paese fa riferimento al Marocco. Successivamente hanno costituito una nuova sigla, gente che, a suon di simboli e sigle autoreferenziali, si spaccia per “rappresentanza” quando gli fa comodo. E Abdel Aziz? Secondo fonti interne al movimento Dawa wa Tabligh, di cui diceva di far parte, sarebbe stato allontanato tempo fa con l’accusa di comportamenti finanziari tutt’altro che limpidi. Ma tanto a Gerusalemme basta un turbante e un sorriso: e chissà quali promesse han ricevuto in cambio di questa vergognosa pagliacciata mascherata da dialogo. 

La Confederazione Islamica: “Non in nostro nome”

La Confederazione Islamica Italiana, presieduta da Mustapha Hajraoui, ha dovuto precisare che nessuno dei tre aveva alcun mandato per rappresentare l’organizzazione:

“La CII non ha preso parte all’iniziativa e si dissocia formalmente da ogni contenuto e finalità dell’incontro. Nessuno dei partecipanti era autorizzato a rappresentare la nostra Confederazione, né tantomeno le istanze dell’islam italiano o europeo. In questa occasione, la CII esprime la propria vicinanza e solidarietà al popolo palestinese, che continua a vivere un momento di profonda sofferenza.”

Un genocidio in corso ma c’è chi canta

Che a Gaza ci sia in corso un genocidio, lo sanno ormai  anche le pietre. Si contano decine di migliaia di vittime, ospedali rasi al suolo, civili massacrati. E mentre la comunità internazionale — quella vera — parla di crimini di guerra e invoca sanzioni, c’è chi dall’Europa va in gita premio a stringere mani e farsi dettare la linea: “Isoliamo Hamas”, “Combattiamo l’estremismo”, “Facciamo ponti di pace”. Peccato che, tra un buffet e un giro guidato a Yad Vashem, non ci fosse neanche un minuto per dire “stop ai bombardamenti” o per chiedere conto dell’assedio medievale imposto a due milioni di persone.

Il precedente della COREIS

E mentre gli imam in trasferta ballano e cantano Hatikvah, c’è chi — restando in Italia — porta avanti la stessa sinfonia, ma a microfono aperto. Si chiama COREIS, Comunità Religiosa Islamica Italiana, guidata da Yahya Sergio Yahe Pallavicini, che in questi anni non ha mai perso occasione per mettersi in posa dove fa più comodo.

Prendete solo un paio di perle recenti. Maggio 2021: mentre i razzi israeliani riducono Gaza a un cimitero di macerie, e i coloni profanano la moschea di Al Aqsa sotto scorta militare, Pallavicini partecipa serafico a un evento promosso nientemeno che dal Ministero del Turismo di Israele. Titolo? Una roba da commedia dell’assurdo: “Il cuore musulmano di Gerusalemme – Nuove forme di Turismo in Israele”. Con Gaza in fiamme, Al Aqsa invasa e centinaia di civili estratti a mani nude dalle macerie di Khan Younis, il presidente della COREIS se ne va in gita di promozione turistica, manco fosse un influencer di viaggi.

Ma non finisce qui. Già in altre interviste, lo stesso Pallavicini ci aveva abituato a uno storytelling cucito su misura per la propaganda israeliana: condanna Hamas, definita “organizzazione terroristica contraria alla dottrina islamica”, salvo sorvolare sulla pulizia etnica in corso e sulla storia di occupazione e assedio che ha generato quella stessa resistenza. La parte migliore? Il paternalismo colonialista con cui propone che “l’Occidente deve creare una nuova classe dirigente palestinese” — come se i palestinesi fossero incapaci di scegliere da soli i propri rappresentanti, mentre Israele può bombardare a piacimento e restare “modello di cittadinanza plurale”.

Già, perché nel fantastico mondo di Pallavicini Israele è “un esempio interessante di inclusione”: parole sue. Secondo questo racconto surreale, uno Stato che riconosce la cittadinanza a chi decide di accettare la propria condizione di suddito di serie B — con terre confiscate, case demolite e figli incarcerati senza processo — diventa addirittura un faro di democrazia per tutto il Medio Oriente.

Nel frattempo, decine di coloni — come puntualmente riportato da agenzie indipendenti — continuano a penetrare nei cortili della moschea di Al Aqsa sotto la protezione armata della polizia israeliana, profanando uno dei luoghi più sacri dell’Islam. Ma la COREIS? Nulla, silenzio. O peggio: «Trump vuole onorare i palestinesi offrendo opportunità di pace», diceva lo stesso Pallavicini quando Trump riconobbe Gerusalemme come capitale indivisa di Israele, mentre tutti gli altri musulmani del pianeta gridavano allo scandalo.

Chi paga? ELNET, l’AIPAC d’Europa

Dietro la messinscena, come sempre, ci sono soldi, interessi, lobby. In questo caso il burattinaio si chiama ELNET, sigla di European Leadership Network. Si definiscono ONG “no-profit” dedita a “rafforzare le relazioni tra Europa e Israele basate su valori democratici condivisi”. Sembra la pubblicità di un festival di cinema, invece è la fotocopia europea di AIPAC, la potentissima lobby filo-israeliana USA.

Dietro le brochure patinate, ELNET fa quello che AIPAC fa da decenni negli Stati Uniti: viaggi “educativi” per parlamentari, giornalisti, influencer e — perché no — leader religiosi di facciata. Obiettivo? “Educare” l’Europa all’unica narrativa ammessa: Israele bene, chi critica Israele antisemitismo.

Tra gli sponsor spuntano ex ambasciatori, ex ministri dell’intelligence israeliana, consulenti di alto bordo. Tutto perfettamente confezionato per passare come “dialogo”. In realtà, è l’ennesima operazione di lobby camuffata da ONG, con una fitta rete di uffici locali e business club annessi. “No profit”, dicono. Ma intanto fanno consulenze, relazioni pubbliche, pressione sulle istituzioni europee per blindare definizioni come quella dell’IHRA — quella che bolla ogni critica a Israele come antisemitismo. Peccato che lo facciano col portafoglio pieno e le agende segrete.

La rabbia delle comunità: “venduti”

E i musulmani? Quelli veri, sono furiosi. In Italia, in Francia, in Belgio. Dalla base arriva la parola più ripetuta: “tradimento”. Perché mentre le comunità raccolgono fondi per Gaza, organizzano sit-in, pregano per i martiri e i superstiti, c’è chi si fa passare per “voce dell’Islam europeo” ma si comporta come comparsa nel teatrino propagandistico di chi massacra i propri fratelli.

Domanda da un milione di dollari: chi li manda?

La domanda non è se Ali El Aarja, Lhoussaine Ait Alla o Abdel Aziz Kan Salik rappresentino i musulmani italiani. È ovvio che non lo rappresentano. La domanda vera è: chi li manda? Chi finanzia? Chi permette a ELNET di operare come lobby mascherata da ONG? Chi apre loro le porte nei palazzi europei?

Forse sarebbe ora di accendere un riflettore su questi viaggi “di pace” che puzzano di tutto fuorché di dialogo. Forse sarebbe il caso di smettere di chiamarli “delegazioni di leader musulmani” e iniziare a chiamarli per quello che sono: figuranti da palcoscenico, utili solo a spolverare di vernice interreligiosa un’occupazione che continua a mietere vittime.

Questa storia è uno specchio perfetto di cosa succede quando le comunità non vigilano, quando la rappresentanza viene sequestrata da squallidi e opachi personaggi in cerca di sponsor, quando le lobby lavorano nell’ombra senza che nessuno chieda conto di soldi, rapporti e fini reali.

Il risultato è una foto di gruppo che fa comodo a chi bombarda, offende chi muore e oltraggia chi ogni giorno, nelle nostre città, continua a lottare per la dignità di un popolo intero.

 

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Davide Piccardo

Direttore editoriale

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