LOADING

Type to search

Attentato di Washington: antisionismo, antisemitismo e solitudine della Palestina

Colonialismo Israele Mondo Palestina Sionismo Terrorismo Voci

Attentato di Washington: antisionismo, antisemitismo e solitudine della Palestina

Share

Per non ridurci – noi musulmani, noi sostenitori della Palestina libera, noi antisionisti – alle stesse miserevoli condizioni etiche e psicologiche di quella maggioranza della popolazione israeliana che applaude ai massacri e alla pulizia etnica, e dei suoi sostenitori in primis in Occidente, raccogliamo la sfida ed affrontiamo la nostra Ombra.

“Ombra” è termine coniato da Carl Gustav Jung, che di Freud fu allievo ribelle, per indicare quella parte della nostra personalità, della nostra psiche, della nostra anima, e della nostra cultura, che non ci piace e che quindi rifiutiamo di riconoscere. La nascondiamo sotto il tappeto, vale a dire che la seppelliamo nel nostro inconscio, aiutati dalle belle storie che raccontiamo a noi stessi, sostenute da documentazione all’appoggio: performance intellettuali, atti di generosità, apprezzamento sociale. La seppelliamo nel nostro inconscio o la proiettiamo su qualcun altro. Esiste l’Ombra personale ed esiste quella collettiva, o culturale: l’immagine che una collettività (una “cultura “ in senso antropologico) ha di sé stessa e che viene sostenuta da una grande quantità di prodotti “culturali” appunto, di carattere scientifico, storico, letterario, artistico, mitologico, cioè da un intero universo simbolico.

Per affrontare la nostra Ombra – poiché siamo perfettamente consapevoli che un’Ombra ce l’abbiamo tutti – partiamo da un caso concreto di quest’ultimo periodo. Cosa abbiamo provato, noi di quel variegato schieramento antisionista (variegato come lo fu in passato quello antifascista e antinazista, e come esso minoritario), di fronte all’omicidio di due funzionari dell’ambasciata israeliana a Washington? Per rispondere uso un test che applico spesso a me stessa (ma può farlo chiunque): serve per esplicitare, come Max Weber raccomanda, la mia “relazione ai valori” e mettere in conto, come prescrive Jung, la mia equazione personale di osservatore. Se mi fossi trovata davanti al museo ebraico di Washington, piccolo Harry Potter nascosto dal mantello dell’invisibilità e dotato di bacchetta magica, e con quella bacchetta avessi potuto far cadere l’arma dalle mani dell’omicida un minuto prima che partissero i colpi – lo avrei fatto? La mia coscienza mi dice di sì e la mia ragione mi dice di sì – e per il resto le congetture non servono e nessuno può sapere in anticipo se si comporterà da giusto o ingiusto.

Ma cosa provo di fronte all’immagine della “giovane coppia”, dei “ragazzi”, dei “giovani diplomatici” con i loro grandi sorrisi, affiancata dall’ultimo post velenoso di lui – quello in cui accusa il responsabile ONU di “parzialità” per aver denunciato il rischio di morte per fame di 14000 bambini a Gaza – è tutt’altra cosa. Se per un fugace istante la mia istintiva, acculturata, femminile empatia per l’immagine di due giovani sorridenti fa sorgere un barlume di compassione, ci pensa subito la mia ragione a mettere le cose al posto giusto. E prima ancora della ragione ci pensa il lavoro onesto fatto per anni con le parole. Ed ecco che la coppia non di ebrei – come vogliono farci credere – e nemmeno di semplici turisti israeliani, si rivela come quella di funzionari d’ambasciata il cui compito era di appoggiare con le parole la propaganda genocidaria sionista.

E prima ancora della ragione ci pensa il lavoro onesto fatto per anni con le parole. E guarda caso le prime parole che mi vengono in mente sono queste: “Le pallottole sono cadute al posto giusto.” Orrenda sentenza antisemita? No, sono le parole pronunciate da Golda Meier dopo l’assassinio, ad opera del Mossad, di Wael Zwaiter,
intellettuale palestinese colpevole di combattere con le parole la propaganda sionista. Come un boomerang ora queste parole tornano là da dove sono partite, ad intercettare una coppia non di ebrei – come vogliono farci credere – e nemmeno di semplici turisti israeliani, ma bensì di funzionari d’ambasciata il cui compito era di appoggiare con le parole la propaganda genocidaria sionista.

Ci pensa la nostra ineffabile stampa a rafforzare questo mio bisogno di chiamare le cose con il loro nome, a separare i fatti dalle opinioni e soprattutto dalla propaganda. Perché cos’altro è, se non propaganda occulta, l’uso ossessivo e stucchevole della parola “giovani” affiancata sistematicamente a “funzionari”? L’operazione non è innocente: l’opinione pubblica distratta dall’aggettivo presterà meno attenzione al sostantivo, il fatto rilevante verrà celato da una informazione secondaria. “I due ragazzi” li chiama addirittura Il Foglio, per accentuare ulteriormente l’immagine commovente di due vittime estranee al dramma in corso. “Una violenza inescusabile e ingiustificabile ha interrotto due giovani vite”  scrive Avvenire strappando alla mia Ombra una smorfia amara al pensiero dello scempio simultaneamente in corso di migliaia di vite giovani, giovanissime, infantili, neonate, scempio che la giovane coppia aveva il compito di sostenere.

“Orrore antisemita” titola il Corsera e di nuovo la mia Ombra si agita. Perché, non andava bene “attentato terroristico”? “Gravissimo attentato terroristico”? “Omicidio di due funzionari israeliani” (come si è in effetti scritto a caldo, prima di scoprire che erano “giovani”)? Ma “antisemita”? Forse anche sì. Forse sono stati presi di mira in collegamento con il museo ebraico e non con l’ambasciata di Israele: vai a sapere cosa passa nella mente di un lupo solitario, se è in grado di distinguere, oltre che tra giustizia e delitto, anche tra antisionismo e antisemitismo. Di sicuro decenni di lavoro della propaganda sionista non lo hanno aiutato a fare tali distinzioni, così come non hanno aiutato molti giovani, quelli che non hanno una memoria storica per aiutarli ad orientarsi. Ma soprattutto, quel lavoro di propaganda aveva esattamente l’obiettivo opposto e apertamente dichiarato, ovvero equiparare antisionismo e antisemitismo.

In una intervista dei giorni scorsi Liliana Segre afferma che “l’antisemitismo non è mai morto ma dormiva nascosto in qualche anfratto delle menti” e che la novità, oggi, è che se prima ci si vergognava del proprio antisemitismo e non lo si dava a vedere “ora non ci si vergogna più”. Le due affermazioni sono vere. Ma esse contengono una verità parziale ed uno slittamento semantico che distorcono al realtà. La parzialità sta nel generico richiamo alle “menti”. Di quali menti stiamo parlando? L’antisemitismo è un patrimonio storico secolare della cultura europea e cristiana ed esistono fior fiore di studi a dimostrarlo. Qualcuno si ricorda di quando è stata tolta dal messale cattolico l’espressione “perfidi giudei”? E’ stato nel 1962, da Giovanni XXIII: cinque anni prima della guerra dei Sei Giorni. Altroché patrimonio giudaico-cristiano.

Qualcuno sa che nella Germania del 19° secolo, ben prima di Hitler dunque, un professore universitario di origini ebraiche incontrava limitazioni legali e amministrative così pesanti da indurlo spesso a convertirsi? Qualcuno ricorda ancora la vena di antisemitismo presente in tanti rispettabili autori francesi (tipo Bernanos)? Il sionismo ha offerto all’Occidente in generale (quello che centellinava i visti agli ebrei quando tentavano disperatamente di fuggire dalla Germania nazista), alla Germania e all’Italia in particolare, la magnifica possibilità di sbarazzarsi della propria scomoda Ombra antisemita proiettandola sui paesi e le popolazioni musulmane. L’impossibilità di togliere il proprio supporto ad uno Stato la cui deriva fascista è evidente, la timidezza nelle parole di condanna e l’assenza totale di azioni ad hoc si spiegano con questo ricatto che gioca sul “complesso culturale” europeo. Il terrore di essere messi di fronte alla propria Ombra, di dover rinunciare alla propria immagine di specchiata virtù, spiega come nei confronti di Israele l’Europa rinuncia a tutti i princìpi che altrove non esita a difendere con le armi. I sionisti lo sanno bene, tant’è vero che si vantano sistematicamente della propria impunità e ultimamente non hanno esitato ad infliggere ad una delegazione diplomatica l’obbrobrio di una fuga precipitosa a fronte di “spari di avvertimento” (ricordiamo che per uno sgarbo inflitto al proprio console la Francia armò le cannoniere e occupò l’Algeria).

Se l’antisemitismo è faccenda tutta occidentale, chi sono quelli che dell’antisemitismo non si vergognano più? Sono forse i cattolici, sono forse i cristiani, sono forse i tedeschi e gli italiani, i nipotini di Hitler e Mussolini? Ebbene no, a giudicare dai sionisti e dai loro sostenitori gli antisemiti sarebbero i musulmani, gli intellettuali filopalestinesi, gli studenti dei campus americani, gli esponenti della resistenza palestinese, i politici che denunciano i crimini dello stato sionista. E qui interviene lo slittamento semantico pazientemente costruito da anni di propaganda e lobbying sionista, quale la definizione di “antisemitismo” della Internationale Holocaust Remebrance Alliance (IHRA) che apre le porte alla repressione del supporto alla resistenza palestinese o l’equiparazione tra critica di Israele e antisemitismo. I risultati si vedono oggi. Mentre chi non è protetto dallo status di cittadino europeo o americano a pieno titolo rischi la prigione o la deportazione, coloro invece che godono di tale status protetto in effetti “non si vergognano più”. Ma non del proprio inesistente antisemitismo, bensì di essere oggetto di quell’accusa infamante. Sono passati i tempi in cui si poteva impunemente scagliare quell’accusa – con la complicità della sinistra istituzionale – contro un intellettuale della statura di Asor Rosa, un combattente antifascista, cioè uno che ha combattuto anche per gli ebrei.

Oggi i presunti antisemiti oggetto degli strali della propaganda sionista sono confortati dal sentirsi in buona compagnia. In primis quella di molti ebrei. Quelli di Jewish Voice for Peace. Quelli che scrivono su Haaretz. Quella di autori come Gérard Haddad, traduttore di Yeshayahou Leibowitz. I giovanissimi manifestanti israeliani – “ragazzi”, loro sì – che sfilano con le foto dei bambini uccisi a Gaza, quelle foto che nessun giornale in Italia ha mai pubblicato. Certe figure apicali dell’establishment israeliano le cui dichiarazioni (“uccidiamo i bambini per hobby”) li porterebbero in galera in Francia o in Germania, altroché antisemitismo. E non si vergognano più di essere chiamati “antisemiti” – così come in passato non ci si vergognava di essere trattati da “sporchi ebrei comunisti”- perché “antisemitismo” è oggi l’etichetta appiccicata orwellianamente a quanti non sopportano lo scempio che il sionismo ha fatto dei diritti dei popoli, dei diritti umani e anche dell’ebraismo.

Purtroppo decenni di manipolazione semantica si stanno ritorcendo come un boomerang contro i suoi artefici. A furia di gridare all’antisemitismo arabo e islamico si è permesso tranquillamente ad esso di fiorire nei luoghi dove è sempre stato di casa: l’Occidente cristiano e “ariano”, in primis la Germania. Molti ebrei non hanno visto di buon occhio il riarmo della Germania ma hanno taciuto per non inimicarsi il miglior amico del sionismo. Molti ebrei con passaporto tedesco non scelgono di stabilirsi nella ricca Germania. Il giorno in cui Israele dovesse perdere il supporto dell’Occidente, gli antisemiti di casa nostra – quelli di sempre – butterebbero via con gioia la maschera che sono costretti ad indossare. La nostra Ombra – quella di noi musulmani, antisionisti, sostenitori (a parole) della Palestina – non è l’antisemitismo: non ci riguarda. Dobbiamo cercarla invece scavando nelle ragioni per le quali i nostri fratelli e sorelle in Palestina oggi sono così soli e noi siamo così impotenti. Sembra che non abbiamo ancora incominciato a farlo.

Tags:

You Might also Like