Negli ultimi mesi, un numero crescente di politici, opinionisti e media mainstream ha iniziato a usare toni insolitamente critici verso Israele. Alcuni, pur con mille cautele e resistenze semantiche, hanno cominciato perfino a evocare la parola “genocidio” per descrivere quanto avviene a Gaza. Ma una domanda sorge spontanea: come mai solo ora? Perché questo improvviso “risveglio” dopo decenni di silenzio complice, e venti mesi di genocidio compiuto sotto gli occhi di tutti?
La risposta va cercata non tanto nella coscienza morale dell’Occidente, quanto nel modo in cui la politica internazionale funziona realmente: a cascata, da Washington in giù. Quando gli Stati Uniti cambiano sfumatura, l’intero ecosistema dei governi europei e dei grandi media si adegua. Non si tratta di complotti, ma di gerarchie di potere. Le capitali occidentali, e in particolare i gruppi editoriali dominanti, non sono liberi pensatori. Seguono, reinterpretano e modulano le linee guida che arrivano dal centro dell’impero.
Gli interessi divergenti tra USA e Netanyahu
L’equilibrio attuale è segnato da una tensione crescente tra la visione americana e quella israeliana. Non si tratta solo della figura di Trump — il cui asse con le monarchie del Golfo aveva spalancato le porte ai cosiddetti “Accordi di Abramo” — ma di una divergenza strategica più profonda. Gli Stati Uniti hanno un’agenda globale: Israele è importante, ma non è tutto. Per Washington, la stabilità della regione è cruciale anche per contenere Russia, Cina e Iran. Per Netanyahu e la destra messianica israeliana, invece, conta una sola cosa: completare la colonizzazione della Palestina storica, a qualsiasi prezzo.
E qui sta il punto: le cose non dovevano andare così. Fino al 6 ottobre 2023, tutto procedeva secondo i piani. La Cisgiordania veniva lentamente inghiottita dalle colonie, in un processo silenzioso e silenziato, con l’appoggio attivo di Mahmoud Abbas e della sua Autorità Palestinese ridotta a strumento repressivo contro la resistenza, come i vecchi “sipahi” indiani al servizio dell’Impero britannico. Gaza era isolata, contenuta, congelata. Prima o poi sarebbe toccato anche a lei, ma il tempo giocava a favore di Israele. L’Occidente poteva continuare a recitare il mantra ipocrita dei “due Stati” mentre chiudeva gli occhi di fronte alla realtà dell’apartheid.
Il banco salta il 7 ottobre
Tutto questo è esploso il 7 ottobre. L’attacco della resistenza palestinese non è stato solo un colpo militare, ma una mossa strategica: un vero e proprio scacco matto al piano israeliano e occidentale. Per la prima volta, è stato Israele a essere costretto a reagire in modo aperto e brutale, esponendosi agli occhi del mondo per ciò che realmente è: un regime coloniale e suprematista. Non ha più potuto nascondere la propria violenza sistemica dietro il linguaggio dei “valori democratici” o della “lotta al terrorismo”.
Il genocidio non è cominciato il 7 ottobre, ma da quel giorno ha smesso di essere invisibile. Perché Israele ha dovuto gettare la maschera, e i suoi alleati internazionali si sono trovati davanti a un bivio: continuare a sostenerlo senza condizioni, col rischio di perdere credibilità e alleati in tutto il Sud globale, o rientrare nei ranghi, cercando di abbassare i toni. I governi europei non sono diventati umanitari dall’oggi al domani. Non si sono “accorti” che un limite era stato superato. Più semplicemente: non era questo l’accordo. Il genocidio fa troppo rumore, disturba il business, destabilizza gli alleati arabi, rende fragili regimi che sono garanti fondamentali dello status quo.
Due variabili hanno cambiato tutto
Ciò che ha scompaginato le carte dell’impero sono due fattori imprevisti: Il 7 ottobre — che ha dimostrato che il popolo palestinese non era affatto sconfitto e la straordinaria resistenza di Gaza — militare, civile, morale — che continua dopo mesi di bombardamenti e distruzioni sistematiche.
L’idea era di permettere a Netanyahu mano libera per un tempo sufficiente a “completare il lavoro”. Invece, dopo oltre 20 mesi di escalation (iniziata ben prima del 7 ottobre), i nodi stanno venendo al pettine. Israele non ha raggiunto gli obiettivi. La resistenza regge. I regimi arabi tremano. I movimenti popolari internazionali crescono. E allora, all’improvviso, il genocidio “esiste”.
Non fatevi ingannare
Per questo è fondamentale non farsi ingannare da chi, oggi, scopre il genocidio a Gaza solo perché gli equilibri stanno cambiando. Non fidatevi di chi organizza manifestazioni solo per calcoli elettorali, o di chi si accoda all’indignazione tardiva per riposizionarsi politicamente. L’establishment si muove solo quando il rumore diventa insostenibile. Ma la verità era sotto gli occhi di tutti, già da decenni.
La differenza, oggi, l’hanno fatta il sacrificio e il coraggio di un popolo che si rifiuta di morire in silenzio. Ed è da lì che bisogna ripartire.