Dopo un presunto “scoop” di Il Tempo sulla distribuzione gratuita del Corano promossa dalla Fondazione/iniziativa “Corano Gratis”, esponenti di FdI chiedono alla Guardia di Finanza verifiche su eventuali profili economici. L’iniziativa di volontariato viene presentata da come sospetta o potenzialmente irregolare in modo calunnioso senza alcuna prova di illeciti, e usando il dibattito per attaccare Hamza Piccardo e, più in generale, la comunità musulmana. Di seguito la replica di Danilo Gambi, editorialista de La Luce.
Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui le polemiche non sono soltanto rumore, ma squarci che mostrano il cuore ferito della democrazia. Oggi, quel cuore pulsa attorno a un libro: il Corano, distribuito gratuitamente da fedeli che, di tasca propria, sostengono un’iniziativa di divulgazione spirituale. Eppure, proprio questa iniziativa è stata trasformata da alcuni in un “caso”, additata come sospetta, insinuando illeciti e invocando perfino l’intervento delle autorità finanziarie.
Ma fermiamoci un istante: che cosa viene realmente messo sotto accusa? Non un bilancio irregolare, non una frode, non un illecito economico. Viene messa sotto accusa la libertà stessa di professare e diffondere la propria fede.
La nostra Costituzione non lascia dubbi: la libertà religiosa è garantita, senza discriminazioni. Non solo la libertà individuale di credere o non credere, ma anche quella collettiva di organizzarsi, pregare, divulgare, annunciare. Ogni religione ha diritto di diffondere i propri testi, promuovere le proprie idee, incontrare nuovi fedeli. E questo diritto si intreccia con un altro: la libertà di espressione. Se un gruppo di cittadini vuole raccogliere fondi per distribuire la propria sacra Scrittura, non compie altro che l’esercizio di un diritto inviolabile.
Se oggi si accusa una comunità religiosa di farlo, domani lo si potrà fare con chi distribuisce Bibbie, Vangeli, Talmud, Sutra buddhisti o semplici libretti di riflessione filosofica. Oggi si parla del Corano, ma se passa il principio che la diffusione gratuita di un testo religioso possa essere trattata come sospetta o pericolosa, sarà l’idea stessa di proselitismo – e dunque di testimonianza di fede – a diventare un reato.
E allora, domandiamoci: possiamo davvero accettare che sotto le vesti della “legalità” si nasconda un progetto discriminatorio? Possiamo restare in silenzio mentre il diritto si piega a logiche di esclusione? Perché questo è il pericolo: che la legge, nata per tutelare, venga usata come arma per colpire.
L’Italia ha conosciuto, nella sua storia, cosa significa vietare le idee, perseguitare i culti, limitare la libertà spirituale. Ne conosciamo l’esito: un Paese più povero, più ingiusto, più fragile. È per questo che i padri costituenti hanno scritto, nero su bianco, che tutti sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di religione, e che la Repubblica tutela la libertà di culto in ogni sua forma.
Non c’è giurisprudenza costituzionale che non abbia ribadito questo principio: lo Stato non può discriminare tra religioni. Può, sì, vigilare sul rispetto delle leggi comuni – ma non può mai trasformare il sospetto in colpa, l’appartenenza in reato, la fede in pericolo.
Eppure oggi il messaggio che arriva è l’opposto: non tutte le fedi sono uguali, ce n’è una che deve giustificarsi, una comunità intera che deve essere messa sotto processo solo perché osa vivere e condividere la propria spiritualità. Questo non è diritto, è arbitrio. Non è giustizia, è discriminazione.
E allora alziamo lo sguardo oltre la cronaca. Non difendiamo soltanto una comunità. Difendiamo noi stessi. Perché ogni volta che un diritto fondamentale viene eroso per alcuni, viene eroso per tutti. Se oggi si accusa chi diffonde il Corano, domani potrà essere messo sotto accusa chi diffonde un volantino politico, un manifesto culturale, un opuscolo filosofico. La libertà non si divide: o vale per tutti, o non vale per nessuno.
Chi applaude a questi attacchi pensando che siano rivolti solo a una minoranza religiosa non comprende che è la stessa impalcatura della nostra democrazia a essere colpita. E quando cadrà quell’impalcatura, non ci sarà più nessuno a proteggere i nostri diritti.
La libertà religiosa, la libertà di espressione, la libertà di associazione: queste non sono concessioni revocabili, ma diritti inviolabili. Metterli in discussione significa minare le basi della nostra civiltà giuridica. Significa dimenticare che la forza di una democrazia non si misura nel garantire diritti a chi è maggioranza, ma nel difenderli soprattutto per chi è minoranza.
Oggi il bersaglio è una comunità musulmana che, con sacrificio personale, distribuisce gratuitamente un libro di fede. Ma il vero bersaglio siamo tutti noi, cittadini di una Repubblica che rischia di smarrire la propria anima costituzionale.
E allora chiediamoci: vogliamo vivere in un Paese in cui la diversità è perseguita, o in un Paese in cui la libertà è rispettata? Vogliamo uno Stato che garantisca uguali diritti, o uno Stato che decida quali fedi, quali idee, quali parole sono “lecite” e quali no?
La risposta non può che essere una sola. Difendere il diritto di chi distribuisce il Corano significa difendere la Costituzione. Significa difendere la libertà di tutti. Significa scegliere la democrazia, contro ogni tentazione autoritaria e discriminatoria.
E questa scelta non è un atto di generosità: è un dovere. Perché senza libertà religiosa, senza libertà di parola, senza uguaglianza davanti alla legge, la nostra Repubblica non sarebbe più tale.