Un’inchiesta congiunta di +972 Magazine, Local Call e The Guardian pubblicata il 21 agosto 2025 fa emergere un dato che spezza la narrativa ufficiale israeliana: incrociando un database interno dell’intelligence militare (Aman) con i registri del ministero della Sanità di Gaza, risulta che almeno cinque palestinesi uccisi su sei non erano combattenti. A maggio, quando il bilancio dei morti palestinesi aveva raggiunto quota 53.000, l’IDF stimava 8.900 militanti di Hamas e Jihad islamica uccisi o “probabilmente uccisi”: ne deriva una quota di civili pari a circa l’83%; se si considerano solo i decessi “certi” dei militanti (7.330), la percentuale civile sale oltre l’86%.
Il database di Aman elenca 47.653 persone considerate operative dei gruppi armati; fonti d’intelligence lo descrivono come l’unico conteggio “autorevole” dei caduti tra i militanti. La stessa inchiesta documenta come i vertici politici e militari israeliani abbiano diffuso nel tempo cifre oscillanti e platealmente sovrastimate sui “terroristi eliminati”, in alcuni casi basate su report di reparto che promuovevano a posteriori civili al rango di combattenti.
L’IDF non ha contestato l’esistenza del database. Interpellato da +972/Local Call a fine luglio, aveva fornito una risposta che non smentiva nel merito; dopo la richiesta di commento del Guardian ha “riformulato” la posizione affermando che “le cifre sono scorrette”, senza spiegare quali né come. Intanto, ufficiali e funzionari israeliani — pur squalificando spesso i dati di Gaza come “propaganda” — hanno in più occasioni usato quegli stessi bilanci nel lavoro di pianificazione bellica.
Il confronto storico è impietoso. Secondo l’Uppsala Conflict Data Program, una quota di civili tra i morti così alta è rarissima nelle guerre moderne: percentuali comparabili emergono solo in casi come il genocidio in Rwanda, Srebrenica e l’assedio di Mariupol nel 2022. In altre parole, Gaza si colloca nel range delle stragi di massa, non delle “operazioni chirurgiche” rivendicate da Israele.
L’inchiesta collega quei numeri a pratiche operative e a un clima politico-militare che hanno moltiplicato il rischio per i civili: regole d’ingaggio dilatate dopo il 7 ottobre (con soglie di “danno collaterale” che autorizzavano decine — e per bersagli senior oltre cento — morti civili per singolo attacco), bombardamenti su aree urbane densissime, attacchi e “zone di esclusione” attorno ai centri di distribuzione del cibo in un contesto di carestia indotta. Non sono “incidenti”: sono scelte.
Sul piano retorico, emergono frasi chiave che illuminano l’intento: dalla promessa di “distruggere Gaza” ai rapporti audio attribuiti all’ex capo dell’intelligence militare Aharon Haliva (“50 palestinesi devono morire per ogni israeliano ucciso il 7 ottobre, non importa se sono bambini”). Queste parole non sono mere iperboli propagandistiche: nel diritto internazionale penale possono contribuire a provare la volontà di colpire un gruppo in quanto tale.
A oggi, il bilancio dei morti palestinesi supera i 62.000 (solo morti dirette, secondo The Lancet incluse le morti indirette questa cifre potrebbe superare il doppio), con un numero verosimilmente sottostimato perché esclude chi giace ancora sotto le macerie e le morti indirette per fame e collasso sanitario. La sproporzione tra civili e combattenti, invece di ridursi col passare dei mesi, tende ad allargarsi.
Perché questi dati rafforzano l’accusa di genocidio
Le accuse di genocidio contro Israele mosse da governi, organismi internazionali, società civile ed esperti non dipendono da un “numero magico” di vittime, ma dalla combinazione di atti proibiti e dal fine specifico di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. I nuovi elementi incidono su entrambi i piani.
Primo: le uccisioni massicce e sistematiche di civili, distruzione di infrastrutture vitali, impedimento dell’accesso a cibo e cure configurano più atti enumerati dalla Convenzione sul genocidio (“uccidere membri del gruppo”; “infliggere condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica, in tutto o in parte”). Il rapporto 83–86% civili tra i morti, unito alla fame ingegnerizzata e agli attacchi in aree dove si distribuisce aiuto alimentare, rende questi atti non episodici, ma strutturali.
Secondo: la prova dell’intento specifico è la soglia più alta. Ma l’insieme di regole d’ingaggio che tollerano vaste perdite civili, l’adozione di una strategia che “domina la popolazione e il territorio” più che neutralizzare combattenti, e la retorica di alti gradi che sminuisce il valore della vita dei bambini palestinesi, concorrono a formare un quadro probatorio coerente con l’intenzione di colpire i palestinesi come gruppo. È precisamente il tipo di evidenza che corti e commissioni d’inchiesta valutano per inferire l’intento genocidario.
Terzo: l’attendibilità delle fonti. Non stiamo parlando di elenchi militanti gonfiati da Gaza: i numeri-chiave arrivano da un database dell’IDF che i suoi stessi analisti usano per pianificare la guerra. Il fatto che l’apparato politico-militare, in pubblico, abbia oscillato tra conteggi contraddittori mentre in privato disponeva di cifre molto più basse sui militanti uccisi, indebolisce l’affermazione difensiva di “danni collaterali inevitabili” e rafforza la tesi che l’altissima letalità sui civili fosse conosciuta, accettata e incorporata nella condotta delle ostilità.
Israele ribadisce che la guerra è autodifesa e contesta le cifre pubblicate, ma non offre dati trasparenti e verificabili che confutino la sostanza dell’indagine. Nel frattempo, il confronto comparativo con altri teatri di strage colloca Gaza tra i casi-limite della violenza contro civili degli ultimi decenni. Per chi guarda a Gaza dalla prospettiva dei diritti umani e della legalità internazionale, non è più solo un “fallimento della precisione”: è un progetto di dominio e genocidio che passa attraverso la distruzione sistematica della vita palestinese in quanto tale in ogni sua forma.
Crediti immagini: +972 Mag; The Guardian.