“Ciò che mi differenzia da Shabbatai Sevi come lo immagino, a parte l’evoluzione delle risorse tecniche dovuta alla differenza di periodi, è che Shabbatai Sevi si è innalzato per assomigliare ai grandi della terra, mentre io trovo che i grandi della terra siano piccoli come me”. – Theodor Herzl
La genesi dell’idea della creazione di uno Stato ebraico in Palestina deve essere inquadrata nell’ambito dell’ideologia nazionalista e liberale nata dalla Rivoluzione francese e diffusa dall’espansione militare di Napoleone Bonaparte negli anni a seguire[1]. Com’è noto, la Rivoluzione francese costituì un vero e proprio spartiacque politico per gli ebrei d’Oltralpe ai quali venne concessa la cittadinanza e l’uguaglianza giuridica (1790-1) in nome della laicità dello Stato e della tolleranza religiosa. Secondo tale prospettiva, è al Bonaparte che deve attribuirsi il primo tentativo di creare uno stato nazionale ebraico in Terra Santa. Scrive in proposito Jacques Attali:
“Nel marzo 1798, al suo arrivo ad Alessandria, Bonaparte emanò un proclama che istituiva un consiglio degli ebrei d’Egitto e la carica di ‘sommo sacerdote’. Sperava di occupare San Giovanni d’Acri, poi di passare a Gerusalemme e di emanare un altro proclama che richiedesse la creazione di uno Stato ebraico indipendente in Palestina, prima di prendere Damasco. Gli inglesi, giunti in aiuto dei turchi, lo costrinsero a ritirarsi; non si spinse fino a Gerusalemme e rimase stupito dalla ristrettezza del Giordano (“Sembra la Senna a Montereau”). Il testo del suo ‘Proclama alla Nazione ebraica’, che avrebbe dovuto essere datato 1° Fiorile Anno VII della Repubblica francese (20 aprile 1799), “Sede di Gerusalemme”, non fu pubblicato. Primo testo ‘sionista’ e allo stesso tempo riflessione sull’emancipazione di tutti i popoli, merita di essere letto per ciò che annuncia come radicalmente nuovo per i prossimi due secoli:
«Bonaparte, comandante in capo degli eserciti della Repubblica francese in Africa e in Asia, ai legittimi eredi della Palestina, gli israeliti, un popolo unico che le conquiste e la tirannia hanno potuto privare per migliaia di anni della loro terra ancestrale, ma non del loro nome né della loro esistenza nazionale! […] Insorgete di gioia, esuli! Questa guerra, senza paragoni in tutta la storia, è stata condotta per autodifesa da una nazione le cui terre ereditarie erano considerate dai suoi nemici come prede da massacrare. Ora questa nazione si sta vendicando di duemila anni di ignominia […]. La Provvidenza mi ha mandato qui con un giovane esercito, guidato dalla giustizia e accompagnato dalla vittoria. Il mio quartier generale è a Gerusalemme e tra pochi giorni sarò a Damasco, la cui vicinanza non è più motivo di timore per la città di Davide. Legittimi eredi della Palestina! La Grande Nazione [la Francia], che non traffica in uomini e Paesi come coloro che hanno venduto i vostri antenati a tutti i popoli (Gioele 4:6), non vi chiama a conquistare la vostra eredità. No, vi chiede di prendere solo ciò che ha già conquistato. E, con il suo sostegno e la sua autorizzazione, di rimanere padroni di questa terra e di mantenerla a dispetto di tutti gli avversari. Alzatevi! Dimostrate che tutta la potenza dei vostri oppressori non ha potuto distruggere il coraggio dei discendenti di questi eroi, che avrebbero fatto onore a Sparta e a Roma (Maccabei 12, 15). Dimostrateci che duemila anni di schiavitù non sono riusciti a spegnere questo coraggio. Affrettatevi! Questo è il momento, che forse non si ripeterà in mille anni, per chiedere il ripristino dei vostri diritti civili, del vostro posto tra i popoli del mondo. Avete il diritto di esistere politicamente come nazione tra le altre nazioni»[2].
Influenzato dagli ideali della Rivoluzione francese fu anche il colonello e rivoluzionario russo Pavel Ivanovič Pestel (1793 – 1826), il quale, dopo avere combattuto contro le armate napoleoniche (1812-14), divenne uno dei principali artefici dell’insurrezione dei decabristi. Il suo programma politico, ispirato agli ideali dell’Illuminismo e della Massoneria, prevedeva, oltre all’instaurazione di un regime repubblicano, la creazione di uno Stato ebraico nel Medio Oriente ottomano. Fu arrestato e impiccato nel 1825 in seguito al fallimento della rivolta.
È inoltre significativo ricordare l’infruttuoso tentativo del banchiere italo-britannico di origine israelita, Sir Moses Ḥayyim Montefiore (Livorno, 24 ottobre 1784 – Ramsgate, 28 luglio 1885)[3], il quale negoziò con Muhammad ῾AlīPasha, chedivè dell’Egitto (1805-1848), nonché sovrano della Siria, del Levante e della Palestina (1833-1839), al fine di stabilire una regione ebraica autonoma in Palestina sotto protettorato britannico nel 1839. Montefiore, il quale era legato alla casata dei Rothschild non solo per ragioni economiche ma anche per via matrimoniale, avendo nel 1812 sposato Judith Cohen, figlia di Levi Barent Cohen e sorella di Henriette, maritata nel 1806 con Nathan Mayer Rothschild, intraprese il primo viaggio in Terra Santa nel 1827. Compì un secondo viaggio in Palestina nel 1839 nel corso del quale risiedette per vari mesi a Gerusalemme per poi fare tappa in Egitto dove avvenne l’incontro con il chedivè. Scopo di questo secondo viaggio in Palestina, oltre all’elargizione di ingenti somme di denaro, fu di introdurre piani di colonizzazione agricola fondati su nuove tecniche volte a favorire lo sviluppo economico delle comunità ebraiche. Nel 1840 intervenne inoltre, con l’appoggio di Lord Palmerston, presso l’amico Muhammad ῾Alī e il Sultano Abdulmejid Iper la liberazione dei sedici ebrei accusati dalla locale comunità cristiana dell’omicidio rituale del missionario cappuccino Padre Tommaso Mossa e del suo inserviente musulmano, Ibrahim Amrah, a Damasco[4].La campagna propagandistica ingenerata dall’Affare di Damasco indusse la Gran Bretagna, a partire dal 1841,a ergersi a protettrice degli ebrei nello Stato ottomano con l’obiettivo di approfittare di un possibile vuoto di potere in Medio Oriente, in caso di dissoluzione dello Stato ottomano, al fine ampliare la propria sfera di influenza nella regione.
Sir Moses Montefiore realizzò nondimeno il primo quartiere ebraico di Gerusalemme, Mishkenot Sha’ananim, nel 1860[5]. Nelle parole di Nahum Sokolow: “Il sionismo fu senza dubbio la più grande e nobile delle aspirazioni di Sir Moses”[6].
Preoccupato dagli esiti del conflitto russo-ottomano del 1877-78 e dalle mire della Russia sul Medio Oriente, nel 1878 il governo britannico incaricò inoltre il membro del partito conservatore Laurence Oliphant (1829–1888) di redigere un piano per impiantare una colonia agricola ebraica “nella metà settentrionale e più fertile della Palestina”. Questo progetto, noto come “Piano per Gilead”, ottenne l’approvazione del Primo Ministro Disraeli, del Ministro degli Esteri Salisbury, del Principe di Galles e della scrittrice George Eliot. Dopo un viaggio in Terra Santa nel 1879per indagare sulle condizioni per la creazione di un insediamento agricolo ebraico nella regione, Oliphant presentò la sua proposta (che prevedeva un insediamento ebraico nel Sanjak di Belka, in Palestina in cambio di generose donazioni da parte dei “…ricchi ebrei che vivono in America, Inghilterra, Francia, Germania, Austria, Russia e altri paesi…”) ad Abdulhamid II, il quale la rifiutò dal momento che la presenza ebraica in una regione specifica avrebbe significato uno Stato nello Stato[7].
La prima Aliyah verso la Palestina ottomana
“La storia si muove troppo lentamente. Ha bisogno di una spinta”. – Andrej Ivanovič Željabov
Con il termine Aliyah (“ascesa”) si è soliti indicare la prima moderna immigrazione degli ebrei verso la Palestina ottomana[8] in conseguenza dei pogrom scoppiati nell’Impero russo, in particolar modo nella provincia ucraina, negli anni tra il 1881 e il 1882 in seguito all’assassinio dello Zar Alessandro II e alla conseguente emanazione delle Leggi di Maggio(1882) volte a segregare la popolazione ebraica nelle “zone di residenza”[9]. La Palestina formava allora parte dell’Impero ottomano che era governato dal Sultano Abdulhamid II (1842-1918).È necessario precisare che l’immigrazione ebraica verso la Palestina aveva già avuto inizio agli inizi del XIX secolo con il cosiddetto “vecchio Yishuv («insediamento»)”, che, secondo alcune stime, ammontava a circa 24000 individui nel 1880. Questi primi immigrati erano per lo più domiciliati a Gerusalemme e formavano una comunità religiosa ortodossa non motivata da ragioni eminentemente politiche. L’immigrazione ashkenazita dall’Europa orientale ebbe comunque inizio a partire dal 1830.
Degli oltre 20000 ebrei che lasciarono la Russia in conseguenza dei pogrom del 1881-1882, solo alcune centinaia emigrarono in Palestina, mentre la maggioranza si stabilì negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Si potrebbe dire che tale emigrazione, politicamente organizzata, segni la nascita del sionismo moderno. Per quanto, infatti, le suggestioni messianiche di un ritorno alla Eretz Yisra’el abbiano ispirato le successive ondate migratorie, la tradizione religiosa era quasi percepita come un ostacolo alle aspirazioni secolari e nazionalistiche dei principali propugnatori. Leo Pinsker[10] afferma: “… la fede nel Messia, nell’intervento di un potere superiore per realizzare la nostra resurrezione politica, e il presupposto religioso che dobbiamo sopportare pazientemente la punizione divina, ci hanno fatto abbandonare ogni pensiero di liberazione nazionale, unità e indipendenza”[11]. Non a caso, i primi insediamenti sionisti si concentrarono soprattutto nelle città di Jaffa, Haifa e Tiberiade, non nelle città sante per gli ebrei, come Gerusalemme, Hebron e Safed. Il mito di fondazione potrebbe riassumersi nello slogan: “Una terra senza popolo, un popolo senza terra”.L’ideologia nazionalista si ritrova inoltre nelle fatidiche parole del primo ministro conservatore inglese Benjamin Disraeli (1804-1881), il quale, in un romanzo pubblicato nel 1847 e destinato a lasciare una profonda impressione nel giovane Theodor Herzl, scrisse: “Tutto è razza, non c’è altra verità”[12]. Lo storico Walter Ze’ev Laqueur commenta: “In Coningsby e Tancred, la storia del figlio di un duca che si reca in Palestina per studiare il ‘problema asiatico’, Disraeli ritorna sullo stesso argomento. Le vicissitudini della storia trovavano la loro spiegazione nel fatto che ‘tutto è razza’; gli ebrei erano essenzialmente una razza forte, superiore; con la giusta guida non c’era nulla che non sarebbero stati in grado di realizzare”[13].
Il progetto sionista dal 1882 al 1908 e gli Amanti di Sion
“Se mi chiedete cosa desidero, la mia risposta è Gerusalemme, tutto ciò che abbiamo perso, tutto ciò che abbiamo desiderato, tutto ciò per cui abbiamo combattuto”. – Benjamin Disraeli
Tra il 1882 e il 1908 il movimento sionista fu sostanzialmente costituito da due organizzazioni politiche: gli Amanti di Sion (Hovevei Zion[14]) e l’Organizzazione sionista fondata da Theodor Herzl. Queste organizzazioni si differenziavano rispetto ad altri simili movimenti, come la Alliance Israelite Universelle e la Anglo Jewish Association, per il fatto di perseguire l’autodeterminazione del popolo ebraico mediante l’acquisto diretto di terreni in Palestina.
Il termine Amanti di Sion fa riferimento a un insieme di movimenti sorti in Europa Orientale e in Russia a partire dal 1882 con lo scopo di promuovere l’immigrazione ebraica nella Palestina ottomana. L’idea ispiratrice del movimento si fondava sulla promozione del lavoro agricolo. L’obiettivo degli Amanti di Sion era infatti quello di stabilire moshavot (colonie), insediamenti rurali nazionali ebraici in Palestina, forti dell’idea che tale lavoro pratico avrebbe condotto inevitabilmente a conquiste politiche. A un gruppo di tali immigratisi deve attribuire la fondazione, nel 1882, di Rishon LeZion, il primo insediamento ebraico in Palestina, grazie ai finanziamenti del barone Edmond James de Rothschild. Fu quest’ultimo, nel 1882, a fondare infatti la cantina Carmel, finanziando iniziative vitivinicole a Rishon LeZione Zikhron Ya’akov.Tra i principali ideologi del movimento bisogna ricordare il medico polacco Yehudah Leib [Leon] Pinsker (1821-1891). Questi, ispirato dapprima agli ideali della haskalah e quindi favorevole all’assimilazione e all’integrazione, mutò posizione in seguito al pogrom di Odessa del 1881, città in cui risiedeva, nella convinzione che l’antisemitismo fosse una fobia incurabile (“… per l’essere vivente l’ebreo è un cadavere, per l’indigeno uno straniero, per il residente un nomade, per il proprietario un mendicante, per il povero uno sfruttatore e un milionario, per il patriota un apolide, per tutti un odiato rivale”) per la quale l’unico rimedio fosse l’indipendenza e lo sviluppo di una coscienza nazionale. Nel 1882 pubblicò un pamphlet anonimo in lingua tedesca intitolato Autoemancipazione, il cui sottotitolo era Mahnruf an seineStammgenossen, von einemrussischenJude(Un avvertimento alla sua gente da parte di un ebreo russo).Pinsker, tuttavia, non promosse la fondazione di uno Stato ebraico specificamente in Palestina: “Non dobbiamo attaccarci al luogo in cui la nostra vita politica è stata violentemente interrotta e distrutta. L’obiettivo dei nostri sforzi non deve essere la ‘Terra Santa’, ma una terra tutta nostra”[15].
La prima Aliyah, nondimeno, fu organizzata e gestita dagli Amanti di Sion. Il primo gruppo di colonizzatori giunse in Palestina dalla Russia nel 1882 sotto il nome Bilu[16] e consisteva di studenti universitari influenzati dall’idealismo rivoluzionario russo, il cui orientamento laico si esprimeva nel desiderio di stabilire una società moderna in Terra Santa: “Vogliamo una patria nel nostro Paese concessoci da Dio. La chiederemo al Sultano. Se non sarà possibile, stabiliremo, sotto la protezione di una grande potenza, uno Stato autonomo”. È necessario rilevare che nel 1881 una delegazione di Bilu aveva fatto richiesta al governo ottomano per l’acquisto di terre palestinesi, ma non era stata accettata. I principali finanziatori del progetto furono il barone Maurice de Hirsch (1831-1896)[17] e il succitato barone Edmond de Rothschild(1845-1934), il quale investì più di 1,5 milioni di sterline negli anni tra il 1883 e il 1899.Come disse Rothschild, citato da Weizmann: “Senza di me, i sionisti non avrebbero potuto realizzare nulla; senza i sionisti, il mio progetto sarebbe morto”.
Politica ottomana e sionismo
“Come potrebbero gli Stati civilizzati che hanno espulso gli ebrei dai loro Paesi protestare contro il nostro rifiuto di accettare insediamenti ebraici in Palestina?”. – Abdulhamid II
Con l’emanazione nel 1839 della legge Hatt-ı Şerif di Gülhane(il rescritto imperiale di Gülhane), il Sultano Abdul Mejid I (1839-1861), oltre alla riorganizzazione del sistema finanziario e militare sul modello francese, conferiva la cittadinanza ai sudditi ebrei dell’Impero[18]. All’indomani della guerra di Crimea (1854-1856), con il decreto di riforma imperiale (turco Islâhat Fermânı) del 1856,il Sultano riconosceva l’uguaglianza di tutti i sudditi ottomani, compresi i non-musulmani, di fronte alla legge. È necessario ricordare che i sudditi non-musulmani, adottando una nazionalità straniera, godevano dei privilegi delle capitolazioni, in base alle quali gli stranieri residenti nell’Impero ottomano risultavano sottoposti alle leggi dei rispettivi Paesi. L’abuso delle capitolazioni condusse al sistema dei protégé (himâye): “Il sistema dei protégéera un’istituzione grazie alla quale i sudditi ottomani potevano acquisire la cittadinanza straniera o la protezione straniera senza essere obbligati a risiedere nel Paese che concedeva la protezione, avendo così diritto ai privilegi capitolari di cui godevano i cittadini del Paese donatore in Turchia”[19].
Il governo ottomano, fino al 1882, non aveva imposto alcuna restrizione all’insediamento degli ebrei in qualsiasi parte del suo territorio, compresa la Palestina. A partire dal giugno del 1882, tuttavia, venne proibito agli ebrei stranieri l’ingresso nel territorio ottomano e l’acquisto di terreni. Tale proibizione venne poi revocata nel mese successivo, ad eccezione della Palestina, a condizione che i nuovi arrivati adottassero la nazionalità ottomana e ne rispettassero le leggi. Dal 1884, l’accesso alla Palestina fu consentito per un mese unicamente a quei pellegrini che fossero provvisti di un visto di viaggio autorizzato dai consolati ottomani nei paesi d’origine. Per decreto, venne poi concesso un visto di tre mesi a quei visitatori che godessero della protezione di paesi stranieri. In tal caso si applicava il sistema della “carta rossa” che prevedeva la requisizione del passaporto durante il periodo di permanenza.
Tale politica restrittiva era motivata da due ragioni principali. In primo luogo, l’immigrazione ebraica in Palestina avrebbe esteso l’area di influenza delle potenze occidentali in Terra Santa, favorendo di conseguenza un ulteriore intervento straniero nei suoi affari interni grazie al sistema delle capitolazioni. In secondo luogo, le autorità ottomane intendevano evitare il radicarsi di un nazionalismo ebraico che avrebbe inevitabilmente dato adito ad aspirazioni separatiste. Abdulhamid II stesso dichiarò di non voler avere una seconda “questione bulgara” in Palestina. Il Sultano era infatti consapevole del fatto che dietro alla maschera dei vari movimenti nazionalisti che avevano condotto allo smembramento dell’Impero, a partire dalle regioni balcaniche, si celavano gli interessi territoriali delle Grandi Potenze. Per tali ragioni, il sionismo era percepito come una minaccia alla sicurezza e alla sovranità dell’Impero.
Theodor Herzl e l’Organizzazione sionista
“Per quanto riguarda l’Europa, lì formeremmo una parte del baluardo che la protegge dall’Asia. Serviremmo come avamposto della civiltà in opposizione alla barbarie. Come Stato neutrale manterremmo un legame con tutta l’Europa, e l’Europa dovrebbe garantire la nostra esistenza”[20]. – Theodor Herzl
Secondo Walter Laqueur: “Il sionismo politico moderno inizia con la pubblicazione di DerJudenstaat”[21].Questo pamphlet, scritto dal trentaseienne Theodor Herzl (1860 – 1904) e pubblicato a Vienna e Lipsia nel 1896, era originariamente intitolato Discorso ai Rothschild, dal momento che il giornalista austriaco intendeva dapprima rivolgerlo alla nota casata di banchieri. Nel 1895, tuttavia, il barone Edmond de Rothschild, nonostante l’offerta di dirigere l’intera operazione, rifiutò il piano di Herzl, temendo che minacciasse i propri insediamenti in Palestina. Anche il precedente incontro con il Barone von Hirsch, nel giugno 1895, si era rivelato infruttuoso al punto che il banchiere era giunto a dubitare della sanità mentale del suo visitatore[22]. “La sua idea di conquistare gli ‘ebrei del denaro’ e quindi di realizzare una ‘rivoluzione dall’alto’ – scrive Laqueur – dovette essere abbandonata”[23].Herzl proponevadi creare uno Stato ebraico indipendente, sul modello coloniale britannico, con il sostegno delle potenze europee. Il recente successo della British South Africa Companydeve essere considerato la principale fonte di ispirazione di Herzl, come dimostra l’ossequiosa lettera rivolta a Cecil Rhodes riportata nei suoi Diari[24] e il necrologio per la morte del magnate inglese pubblicato il 28 marzo 1902 su Die Welt, il giornale fondato da Herzl nel 1897 come portavoce del suo movimento, dal titolo Cecil Rhodes alsColonialpolitiker[25]:
“Per la nostra idea sionista, il lavoro di Cecil Rhodes non è stato vano. È stato la nostra grande guida; ci ha mostrato come creare i mezzi necessari oggi per lo sfruttamento dei territori incolti per mezzo di società di capitali, cioè con la fondazione di società a responsabilità limitata (limiteds). La Rhodesia è per noi un esempio inestimabile per il futuro sviluppo della Palestina. Grandi e produttivi pensieri coloniali sono nell’aria. L’astuto inglese ha usato questo pensiero a beneficio della sua patria; noi, che cerchiamo di fare una cosa simile per i nostri fratelli, nella coltivazione della nostra terra ancestrale imiteremo molto di ciò che lui ha già realizzato. Così, Cecil Rhodes è stato il nostro modello politico-coloniale”.
È stato infatti nel contesto dell’intervento imperialista occidentale in Africa che l’idea di acquisire una base territoriale per l’istituzione di uno Stato ebraico autonomo venne concepita.
Trattandosi di un problema internazionale, Herzl intraprese un vasto lavoro diplomatico. Come afferma l’influente storico statunitense Gil Troy (1961)[26], l’importanza di Theodor Herzl risiede nel fatto di avere internazionalizzato la “questione ebraica”: “Per Herzl, l’aspetto più importante del suo lavoro fu la diplomazia: negoziò con il sultano di Turchia, il Kaiser Guglielmo, il re d’Italia[27] e Papa Pio X”.Tra gli interlocutori di Herzl, è significativo che Troy abbia omesso di menzionare Joseph Chamberlain e Lord Cromer, in campo inglese, oltre adue figure chiave in ambito zarista, von Plehve e il conte Witte.
Per quanto l’idea di fondare uno Stato indipendente in Argentina fosse stata in precedenza presa in considerazione, la Terra Santa rimaneva la scelta ideale per Herzl, in quanto: “La Palestina è la nostra memorabile patria storica. Il solo nome della Palestina attirerebbe il nostro popolo con una forza meravigliosa”[28].Parafrasando Herzl, Laqueur scrive: “Se il sultano cedesse la Palestina agli ebrei, questi potrebbero in cambio occuparsi della gestione delle finanze turche e salvare il sultano dalla bancarotta cronica. Lo Stato ebraico, di carattere neutrale, farebbe parte di un muro difensivo per l’Europa in Asia, un avamposto di civiltà contro la barbarie. L’Europa ne garantirebbe l’esistenza e i Luoghi Santi sarebbero sottoposti a una forma di extraterritorialità. Gli ebrei potrebbero infatti montare una guardia d’onore intorno a questi Luoghi Santi e questo simboleggerebbe la soluzione della questione ebraica”[29].
Il primo congresso sionista si tenne nell’agosto del 1897a Basilea sotto la guida di Herzl. Nel corso dei lavori, venne fondata l’Organizzazione sionista e vennero stabiliti gli obiettivi politici del movimento. L’ottenimento del consenso internazionale ai piani di colonizzazione, piuttosto che l’acquisto di terreni e la fondazione di insediamenti agricoli, venne definito come priorità del movimento. Nel secondo congresso, tenutosi a Basilea nell’agosto del 1898, si decise di istituire una banca con il nome di Jewish Colonial Trust[30] (Fondo coloniale ebraico) che fungesse da strumento finanziario dell’organizzazione. Nel Terzo Congresso sionista del 1899 venne deciso infine di negoziare con il sultano Abdulhamid II per ottenere la terra per gli ebrei in Palestina.
Herzl e il Sultano
“Turkestan, Afghanistan, Persia – per me, lo confesso, sono pezzi di una scacchiera su cui si sta giocando una partita per il dominio del mondo”. – Lord Curzon
Grazie all’intercessione del granduca Federico di Baden, nell’ottobre 1898 Herzl ottenne udienza presso Guglielmo II di Germania. Il Kaiser acconsentì ad intercedere presso il Sultano allo scopo di ottenere la concessione di una Società per azioni privilegiata per la Palestina sotto protettorato tedesco. La risposta di Abdulhamid II fu, tuttavia, perentoria. Se il Kaiser avesse inteso mantenere buone relazioni con l’Impero ottomano non avrebbe dovuto insistere su questo argomento, in quanto “il Sultano non voleva avere nulla a che fare con il sionismo e con un regno ebraico indipendente”. Già nel 1895, il Sultano aveva infatti affermato di aver compreso i “progetti malvagi” dei sionisti e aveva aggiunto che erano troppo ingenui per credere che avrebbe accettato le loro proposte.
Il sostegno tedesco ai piani di Herzl era percepito come una diretta minaccia alla sovranità dell’Impero ottomano e alla sua integrità territoriale: “I tedeschi dovrebbero rinunciare all’idea di introdurre il popolo ebraico nella comunità internazionale come Stato, perché questo progetto, creando uno Stato al centro dell’Impero Ottomano, assicurerebbe la rovina della Turchia”[31]. Guglielmo II, timoroso di compromettere le sue relazioni politiche e finanziarie con il Sultano, ritirò il suo sostegno al progetto sionista.
La reazione della Germania influenzò l’atteggiamento delle altre potenze nei confronti del sionismo. La Russia, sull’esempio della Germania, ritirò infatti il suo consenso ai piani di Herzl. Mentre Parigi, che aveva sempre considerato la Siria e la Palestina nell’ambito della sua sfera di interessi, mantenne un’assoluta ostilità nei confronti del progetta sionista. La Gran Bretagna, a sua volta, “si propose di offrire a Herzl e ai suoi seguaci luoghi politicamente meno sensibili, come l’Uganda e Cipro, per realizzare le loro aspirazioni irredentiste”[32].
La strategia adottata da Herzl per convincere il Sultano fuquella di fargli un’offerta finanziaria che alleviasse lo stato di indebitamento in cui versavano le casse dell’Impero ottomano. Riguardo alle condizioni dell’Impero, Shaykh Dr. Abdalqadir as-Sufi afferma: “Abdulhamid cercò di riformare ogni aspetto della società, ma era tutto destinato a fallire: gli interessi passivi assorbivano l’80% delle entrate statali al momento della sua ascesa al Sultanato. […] Il Sultano cercò con coraggio di razionalizzare il debito crescente. Il suo Decreto di Muharrem, del 23 novembre 1881, ridusse il debito non pagato e gli interessi da 21.938,6 milioni di kuruşa quasi la metà, 12.430,5 milioni di kuruş.Ottenne questo risultato grazie a quello che può essere considerato il primo grande programma di rinegoziazione del debito nazionale. […] La pianificazione del Sultano fu così considerevole da riuscire a rimettere in sesto la situazione finanziaria, ma non fu in grado di scacciare le nuove forze di occupazione del sistema bancario.”[33]. Il decreto del 1881, infatti, aveva avuto come conseguenza l’istituzione dell’Amministrazione del Debito pubblico ottomano (OPDA), un’organizzazione controllata dalle grandi potenze per riscuotere i pagamenti che l’Impero ottomano doveva alle società europee creditrici. L’OPDA costituì una vasta burocrazia indipendente all’interno della burocrazia ottomana e fu sostanzialmente gestita dai creditori europei e britannici. Impiegava 5.000 funzionari che riscuotevano le tasse che poi venivano girate ai creditori europei. Agiva inoltre come intermediario con le società europee alla ricerca di opportunità di investimento nell’Impero ottomano oltre a finanziare imponenti progetti infrastrutturali e industriali.
Giunto a Istanbul nel giugno del 1896, Herzl chiese al comune amico Philipp de Newlinski[34] di intercedere presso il Sultano al fine di ottenere un mandato che consentisse agli ebrei di colonizzare la Palestina in cambio di venti milioni di sterline. L’argomento di Newlinski fu che: “Senza l’aiuto dei sionisti, l’economia turca non avrebbe alcuna possibilità di ripresa”. Il Sultano, tuttavia, si dimostrò irremovibile: “Se il signor Herzl è vostro amico quanto voi lo siete nei miei confronti, allora consigliategli di non fare un altro passo in questa direzione. Non posso vendere nemmeno un piede di terra, perché non appartiene a me, ma al mio popolo. Il mio popolo ha conquistato questo impero combattendo con il proprio sangue e con il proprio sangue lo ha fertilizzato. Lo copriremo ancora con il nostro sangue prima di permettere che ci venga strappato. Che gli ebrei si tengano i loro miliardi”. E qui il Sultano aggiunse con intuito profetico: “Se il mio Impero sarà diviso, potranno avere la Palestina senza compenso, ma sarà solo il nostro cadavere a essere diviso, non darò il mio assenso alla vivisezione”. Herzl fu commosso e sconvolto dalle parole del Sultano: “C’è una tragica bellezza in questo fatalismo” scrisse nel suo diario.
Herzl ricorse allora ai servigi del linguista ungherese di origine ebraica ÁrminVámbéry[35](nato Hermann Wamberger, 1832 -1913), del quale disse: “Non sa se è più turco che inglese, scrive libri in tedesco, parla dodici lingue con uguale padronanza e ha professato cinque religioni, in due delle quali è stato sacerdote… Mi raccontò 1001 storie d’Oriente, della sua intimità con il sultano, ecc. Si fidò subito completamente di me e mi disse, sotto giuramento di segretezza, che era un agente segreto della Turchia e dell’Inghilterra”[36]. Il professore ungherese, motivato da una profonda russofobia, strinse stretti legami con il partito conservatore inglese[37]a partire dal 1860 tanto da divenire una spia e un agente al servizio delForeign Office britannico.
Grazie alle pressioni di Vámbéry, Herzl ottenne un colloquio con Abdulhamid II il 19 maggio 1901.Dopo l’iniziale scambio di saluti Herzl passò al punto: ai suoi occhi la situazione assomigliava “alla bella storia di Androcle e del leone. Sua Maestà è il leone, forse io sono Androcle, e forse c’è una spina che deve essere tolta”. La spina era, ovviamente, il controllo esercitato dall’Amministrazione del Debito pubblico ottomano, che comprometteva la sovranità e ostacolava lo sviluppo economico dell’Impero. Scrive Öke: “Il consolidamento del debito ottomano prevedeva l’acquisto del debito in borsa da parte di un consorzio ebraico entro un periodo di tre anni. L’acquisizione dei titoli turchi, sottolineò Herzl, sarebbe stata subordinata all’annuncio di un Mandato imperiale per la colonizzazione della Palestina da parte del popolo ebraico. Sulla base del Mandato, il Jewish Colonial Trust avrebbe fondato una compagnia fondiaria, costituita secondo la legge turca, che sarebbe stata incaricata di insediare e organizzare gli ebrei in Palestina. […] L’incubo più grande di Abdulhamid era quello di condividere il destino dell’Egitto che era de facto, se non de iure, occupato dai britannici dopo aver mancato di onorare i suoi debiti”[38].
Il Sultano, tuttavia, si dimostrò interessato unicamente ai piani di consolidamento del debito e non prese in alcuna considerazione il progetto di colonizzazione della Palestina. Ai suoi occhi Herzl non era che un intercessore che avrebbe potuto stabilire legami tra i ricchi banchieri ebrei e il governo ottomano.
Herzl venne richiamato a Istanbul nel febbraio 1902. Gli furono offerte concessioni per lo sfruttamento delle miniere, l’istituzione di una banca filogovernativa e la fondazione di una società fondiaria per l’insediamento ebraico che, tuttavia, non includeva la Palestina. Herzl si vide allora costretto ad opporre un rifiuto. Il mese successivo Herzl venne quindi a sapere che il Sultano stava trattando con i francesi una proposta per il consolidamento del debito pubblico. Nel giugno 1902 Herzl richiese un nuovo incontro con Abdulhamid II ma non venne ricevuto. Herzl ricorse allora alla Gran Bretagna, dove, nel 1901, si era tenuto il Quarto congresso sionista. Nell’Ottobre 1902 Herzl incontrò Joseph Chamberlain, il Segretario coloniale britannico (1895-1906),il quale prese in considerazione l’idea di creare una colonia ebraica indipendente nella parte settentrionale dell’Egitto. In seguito a questi incontri, nel 1902 venne fondata la Anglo-Palestine Bank che si adoperò attivamente nel perseguimento degli obiettivi sionisti, mediante l’acquisto di terre e la promozione degli insediamenti.
Il governo inglese avanzò allora due proposte alternative: la penisola del Sinai e l’area di El Arish in Egitto, le quali, tuttavia, erano sotto la giurisdizione del Sultano. Chamberlain presentò quindi la controversa questione dell’Uganda. Herzl introdusse con favore questa proposta al Sesto Congresso Sionista del 22 agosto 1903, tenutosi a Basilea, come una soluzione temporanea, in quanto la Palestina rimaneva l’obiettivo permanente. Nonostante la sua insistenza, gli altri leader sionisti (soprattutto i delegati russi) temettero che il progetto dell’Uganda avrebbe portato all’abbandono della Palestina per la patria ebraica. Di fronte alla minaccia di alcuni delegati di lasciare l’Organizzazione sionista, Herzl abbandonò il progetto.
Il colpo di Stato
“Al mondo intero è stato detto che la causa della guerra del 1914 fu l’assassinio dell’arciduca Ferdinando e di sua moglie. Vi prego di concederci il diritto di parola su ciò che riguarda il nostro destino nazionale. Come serbi abbiamo il diritto di esprimere la nostra opinione in merito. Sicuramente volevamo la nostra libertà. Chi ha ucciso lo sfortunato piccolo Asburgo? La ‘Mano Nera’? Una società segreta! È stata la nostra? Abbiamo forse mandato frotte di società segrete in tutta Europa? Fecero lo stesso i cosiddetti Giovani Turchi in Turchia, e quindi le società segrete in Russia, e così via? Mio caro signore – semplicemente non siamo stati noi!”. – Ian Dallas, The Ten Symphonies of Gorka König[39]
Nel 1905, a Damasco, un gruppo di ufficiali della Quinta Armata, tra cui un giovane tenente di nome Mustafa Kemal, si organizzarono in una società rivoluzionaria segreta chiamata Vatan (Patria)[40] allo scopo di ripristinare la Costituzione sospesa nel 1878 da Abdulhamid II. Ben presto due nuove filiali vennero significativamente fondate a Gerusalemme e a Jaffa. Fu probabilmente su iniziativa del tenente Kemal che un ramo del gruppo, con un nome differente (Osmanlı Hürriyet Cemiyeti),venne istituito nel 1906 a Salonicco, sua città natale, la quale costituiva un terreno ideale per i propositi dei congiurati. Salonicco era vista infatti come la “Nuova Gerusalemme” ed era chiamata “Madre di Israele”, dove il Sabbath ebraico “era osservato con grande vigore”[41]. Salonicco ospitava inoltre la maggiore comunità di dönme dell’Impero ottomano “che, pur accettando apparentemente la fede dominante dell’impero, mantenevano segretamente alcune delle loro vecchie credenze e pratiche, creando una situazione che ostacolava la loro piena accettazione nella comunità musulmana”[42].
A Salonicco aveva inoltre il suo quartier generale quella Terza Armata che costituì il nucleo delle forze militari che sostennero il colpo di Stato dei Giovani Turchi del 1908, guidato dal Comitato dell’Unione e del Progresso (CUP)[43], a cui apparteneva Mustafa Kemal.
In una nota lettera scritta durante l’esilio da Abdulhamid II alla sua guida spirituale, lo Shaykh del ramo damasceno della confraternita sciadilita, Mahmud Abu’sh-Shamat, e riportata integralmente dal poeta e scrittore turco Necip Fazıl Kısakürek[44], il Sultano illustra con chiarezza le ragioni della sua detronizzazione:
“[…] sono stato costretto a lasciare il Califfato dell’Islam a causa delle pressioni e delle minacce dei capi del Comitato dell’Unione [e del Progresso], noti come Giovani Turchi. Questi unionisti hanno incessantemente insistito affinché acconsentissi alla creazione di una patria nazionale per gli ebrei nei Territori Sacri e in Palestina, richiesta che ho rigorosamente rifiutato di accettare e di prendere in considerazione. Qualunque fossero le loro minacce e per quanto pressante fosse la loro insistenza, non ho mai acconsentito alla loro offerta. Promisero quindi di pagare 150.000 sterline inglesi in oro, ma rifiutai anche questo, rispondendo loro: ‘Non per 150.000 sterline inglesi e nemmeno se ammassaste di fronte a me tutto l’oro del mondo intero potrei accettare la vostra proposta. Ho servito la nazione dell’Islam e la comunità di Muhammad per più di trent’anni. Non posso imporre un tale marchio d’infamia a tutti i musulmani, ai Sultani e ai Califfi dell’Islam, ai miei padri e ai miei antenati. Pertanto, non posso assolutamente accettare la vostra proposta’. Dopo questa mia severa e definitiva risposta, si accordarono per la mia detronizzazione e mi comunicarono che sarei stato inviato a Salonicco. Accettai quest’ultima proposta e rendo lode a Dio per avermi concesso la capacità di rifiutare l’istituzione di uno Stato ebraico nei Territori Sacri e in Palestina, un fatto che avrebbe rappresentato un’eterna infamia sia per l’Impero ottomano che per il mondo musulmano. Tutto ciò che è accaduto, è accaduto a causa di questo”.
RIFERIMENTI E NOTE
[1] Sulle distorsioni operate dalla storiografia nazionalista, il grande storico ed economista anglo-iracheno di origine ebraica Elie Kedourie scrive: “Un esempio di questa trasformazione del passato è rappresentato da una lettera scritta contro il sionismo da un rabbino ortodosso dell’Europa orientale nel 1900. In questa lettera, il Rebbe di Dzikover contrappone la visione tradizionale che la comunità di Israele aveva di se stessa alla nuova interpretazione nazionalista del passato ebraico. L’amarezza conferisce al suo discorso una concisione pungente e questa lettera mostra in modo chiaro ed eclatante le operazioni della storiografia nazionalista, così come l’interpretazione tradizionale che essa ha messo in discussione.‘Per i nostri molti peccati’, scrive il Rebbe, ‘sono sorti degli estranei a pascolare il gregge sacro, uomini che dicono che il popolo d’Israele dovrebbe essere vestito di nazionalismo laico, una nazione come tutte le altre, che l’ebraismo poggia su tre cose, il sentimento nazionale, la terra e la lingua, e che il sentimento nazionale è l’elemento più lodevole della razza e il più efficace nel preservare l’ebraismo, mentre l’osservanza della Torah e dei comandamenti è una questione privata che dipende dall’inclinazione di ogni individuo. Che il Signore rimproveri questi uomini malvagi e che Colui che sceglie Gerusalemme sigilli le loro bocche’. La storiografia nazionalista opera, infatti, un sottile ma inequivocabile mutamento delle concezioni tradizionali. Nel sionismo, l’ebraismo cessa di essere la ragion d’essere dell’ebreo e diventa, invece, un prodotto della coscienza nazionale ebraica”. Elie Kedourie, Nationalism, Londra 1961, pagg. 75-6.
[2]Jacques Attali, Lesjuifs, le monde et l’argent, Fayard (2002), pagg.333-4.
[3]Montefiore, nato a Livorno nel 1784da una facoltosa famiglia di origine ebraica sefardita originaria di Ancona e residente a Londra, terminati gli studi nelle scuole israelitiche londinesi, a soli vent’anni conseguì la licenza di agente di cambio presso la Borsa di Londra. Assieme al fratello Abraham fondò la ditta “Montefiore Brothers” che avviò fruttuose iniziative commerciali: “Insieme ai Rothschild, i Montefiore impiantarono un’efficiente rete di sconti cambiari e di assicurazioni sulle merci, capace di raccogliere cospicui finanziamenti per le campagne militari in pieno svolgimento; tali affari si rivelarono molto lucrosi per l’abilità e la possibilità di scommettere alternativamente su Napoleone e sulle potenze a lui avverse. Il legame con i Rothschild fu particolarmente importante per i Montefiore in occasione della battaglia di Waterloo, quando Nathan Mayer Rothschild, avendo appreso prima di ogni altro – grazie alla sua capillare rete di agenti – la notizia della sconfitta napoleonica, riuscì a trarne congrui benefici di natura speculativa […] La sua ascesa sociale fu testimoniata dall’acquisto, nel 1831, della fastosa residenza di Ramsgate, una tenuta di 24 acri già proprietà della regina Carolina, principessa del Galles. Nel 1835 sottoscrisse, ancora insieme a Rothschild, una porzione significativa del prestito emesso dal governo inglese per finanziare l’indennizzo riservato ai proprietari di schiavi danneggiati dall’abolizione della schiavitù. Due anni dopo fu eletto sheriff di Londra, secondo ebreo a rivestire tale carica, e sempre nel 1837 la neocoronata regina Vittoria gli conferì il titolo di sir, al quale nel 1846 aggiunse quello di barone”. (si veda https://www.treccani.it/enciclopedia/moses-haim-montefiore_%28Dizionario-Biografico%29/)
[4] https://en.wikipedia.org/wiki/Damascus_affair
[5] https://www.jewishvirtuallibrary.org/mishkenot-sha-ananim
[6] Sokolow, Nahum, History of Zionism, Ktav Publishing House, Inc., New York, 1969, pag.120.
[7] https://osmanliarastirmalari.29mayis.edu.tr/dergi/makale/56/2020_56_07_Buzpinar.pdf
[8] LaPalestina del tardo periodo ottomano consisteva nel sanjak (distretto) di Gerusalemme (che divenne un distretto indipendente e governato direttamente dal governo centrale nel 1841) composto dai kazas (sottodistretti) di Gerusalemme, Hebron, Giaffa, Gaza e Beersheba; nel sanjak di Acri, composto da Acri, Haifa, Safad, Tiberiade e Nazareth, e nelsanjak di Nablus. Ogni sanjak era governato da un governatore e ogni sottodistretto era governato da un sindaco.
[9] https://it.wikipedia.org/wiki/Zona_di_residenza
[10] Leo Pinsker (TomaszówLubelski, 1821 – Odessa, 1891) è stato un medico polacco, fondatore e leader del movimento Hovevei Zion (Amanti di Sion).
[11] Leo Pinsker, Auto-Emancipation,17ottobre 1882, in Rabinovich, Itamar and Reinharz, Jehuda (ed), Israel in the Middle East, Documents and Readings on Society, Politics, and Foreign Relations, pre-1948 to the Present, Brandeis University Press, 2008, pag. 14.
[12] Benjamin Disraeli, Tancred or the New Crusade, 1847, pag. 319. (“All is race, there is no other truth.”)
[13] Walter Laqueur, A History of Zionism, Londra 1972.
[14] Il nome originario del movimento era tuttavia Hibbat Zion.
[15]Pinsker, op. cit., pag. 15
[16] “Bilu” è un acronimo basato su un versetto del Libro di Isaia (2:5) “ביתיעקבלכוונלכה”. BeitYa’akovLekhuVenelkha (“Casa di Giacobbe, venite”.)
[17] Nel 1891, il barone Maurice de Hirsch fondò la Jewish Colonization Association (JCA) allo scopo di insediare gliimmigrati ebrei in Argentina e in altre regioni, in primis in Palestina.
[18]MarkTessler, A History of the Israeli Palestinian Conflict, Indiana University Press, 1994, pag. 42.
[19]Mim Kemal Öke, The Ottoman Empire, Zionism, and the Question of Palestine (1880-1908), International Journal of Middle East Studies, Vol. 14, No. 3 (Agosto 1982), Cambridge University Press, pag. 332.
[20] Theodor Herzl, Zionist Writings: Essays and Adresses. Volume I, 1896-1898. Trans. Harry Zohn. New York: Herzl Press, 1973, pag. 31.
[21]Laqueur, op. cit., pag. 84
[22] Ibid. pagg.110-111 dell’edizionedigitale. “Decise di rivolgersi al barone von Hirsch, uno dei principali filantropi ebrei dell’epoca, e in un incontro del giugno 1895 sviluppò il suo nuovo piano. Egli si vedeva già come il leader degli ebrei: ‘Tu sei il grande ebreo del denaro, io sono l’ebreo dello spirito’. Nel corso della conversazione Herzl criticò aspramente i metodi utilizzati dal barone per aiutare gli ebrei. La filantropia non serviva a nulla. Al contrario, poteva solo fare del male perché svilisce il carattere del popolo. “Voi allevate mendicanti”, disse al barone stupito. Che dire della soluzione proposta da Herzl? Alcune delle sue proposte potevano sembrare troppo semplici, disse, altre troppo fantastiche, “ma è il semplice e il fantastico che guida gli uomini”. A questo punto il barone si spazientì e cominciò a dubitare della sanità mentale del suo visitatore”.
[23]Ibid. pag. 118.
[24] “Le rivolgo un invito a fare la storia. […] Non si tratta dell’Africa, ma di un pezzo dell’Asia Minore; non di inglesi, ma di ebrei… Com’è possibile, dunque, che mi rivolga a Lei pur trattandosi di una questione che esula dai suoi ambiti territoriali? Com’è, dunque, possibile? In quanto si tratta di una questione coloniale… Lei, signor Rhodes, è un visionario politico oppure un visionario pratico… Io desidero che Lei apponga il timbro della sua autorità sul piano sionista e faccia la seguente dichiarazione in presenza di persone che abbiano cieca fiducia in Lei: Io, Rhodes, attesto di aver esaminato questo piano e di averlo trovato corretto e praticabile. È un piano intriso di cultura, eccellente per il gruppo di persone per cui è stato direttamente progettato e buono per l’Inghilterra, per la Gran Bretagna…”.The Complete Diaries of Theodor Herzl. Volumes I-V. Ed. Raphael Patai. Trans. Harry Kohn. New York: Herzl Press and Thomas Yoseloff, 1960, III 1193-1194.
[25]Die Welt 13 (28 marzo 1902): 12-14, disponibile sul sito: http://www.compactmemory.de.
[26] Gil Troy, The Zionist Ideas; Visions for the Jewish Homeland — Then, Now, Tomorrow (2018), pagg. 13-14.
[27] Riguardo all’incontro con Vittorio Emanuele III, David Ohana scrive: “Quando il re Vittorio Emanuele III d’Italia disse a Herzl, in occasione del loro incontro nel 1904, che uno dei suoi lontani parenti era stato legato a Sabbetai Zevi, e chiese se ci fossero ancora ebrei in attesa del Messia, Herzl rispose: ‘Naturalmente, Vostra Maestà, nei circoli religiosi. Nei nostri circoli, quelli accademici e illuminati, non esiste questo pensiero, naturalmente […]. Il nostro movimento è puramente nazionalista’. Herzl aggiunse che nel suo viaggio in Palestina si era astenuto dal salire su un asino ‘perché nessuno mi mettesse in imbarazzo pensando che fossi il Messia’ (Herzl, 2001, vol. III 256)”. David Ohana, Modernism and Zionism (2012), pag. 85.
[28] Gil Troy, op. cit., pag. 16.
[29] Laqueur, op. cit., pag. 116.
[30] “La Jewish Colonial Trust è stata la prima banca sionista. Fu fondata al Secondo Congresso Sionista e costituita a Londra il 20 marzo 1899. La JCT doveva essere lo strumento finanziario dell’Organizzazione sionista e doveva ottenere capitali e crediti per contribuire a ottenere un atto costitutivo per la Palestina. […] Le principali attività della JCT in Palestina furono svolte dalla Anglo-Palestine Bank, costituita come filiale nel 1902”. Si veda: https://www.jewishvirtuallibrary.org/jewish-colonial-trust.
[31]Mim Kemal Öke, op. cit., pag. 334.
[32] Ibid, pag. 335.
[33] Shaykh Abdalqadir as-Sufi, The Return of the Caliphate, Madinah Press, Cape Town, 1996, pag. 36.
[34]https://www.jewishvirtuallibrary.org/philipp-newlinski
[35]L. Alder e R. Dalby, The Dervish of Windsor Castle,Londra, 1979.
[36]Penslar, Derek Jonathan,Theodor Herzl: The Charismatic Leader. Yale University Press, 2020,pag. 137.
[37]Miklós Sárközy, Arminius Vámbéry and British Conservatives: Some Further Notes on their Correspondence, Papers Presented toIstván Ormos on His Seventieth Birthday, Budapest, 2020.
[38]Mim Kemal Öke, op. cit., pag. 330.
[39] Ian Dallas, Collected Works, Cape Town, 2005, pag. 361.
[40]In seguito, “Patria e Libertà” (Vatan ve HürriyetCemiyeti).
[41] E., Naar, Devin (2016-09-07). Jewish Salonica: between the Ottoman Empire and modern Greece. Stanford, California.
[42]Stanford J. Shaw, Ezel Kural Shaw, History of the Ottoman Empire and Modern Turkey, vol. II, Cambridge University Press, 1977, pag. 265.
[43] Marc Baer scrive:”La Massoneria giocò un ruolo chiave in quell’epoca rivoluzionaria. In una società non pronta ad abbandonare le gerarchie della religione (…) cristiani, ebrei e musulmani potevano incontrarsi nelle logge massoniche come pari, uniti nella segretezza. (…) Abdulhamid II riconobbe la minaccia e represse i massoni, che il suo governo etichettò come ‘fonte abituale di sedizione’. (…) L’avvocato ebreo Emmanuel Carasso, che ricevette medaglie d’onore proprio dal Sultano che lavorava per rovesciare, uno dei leader della CUP a Salonicco e nella gerarchia dell’intera organizzazione, era a capo della loggia Macedonia Risorta di rito italiano. La sua loggia era la sede delle riunioni segrete del CUP e il luogo in cui erano conservati gli archivi del CUP e l’ordine contava tra i suoi membri la maggior parte dei leader del ramo tessalonicese del CUP”.
[44] Necip Fazıl, Ulu Hakan II. Abdülhamid Han, 1965.