Caso Osama Al Raqab: non è una bufala. È Gaza. È un genocidio. E voi siete complici.

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Il suo nome è Osama al-Raqab, da Gaza. Ha cinque anni. Soffre di fibrosi cistica, una malattia genetica cronica che richiede cure specialistiche, una dieta ipercalorica e continui trattamenti per mantenere in vita chi ne è colpito. La sua immagine è finita sulle prime pagine di vari media di estrema destra e filosionisti in Italia perché racconta, con il solo peso del suo corpo martoriato, ciò che i numeri e i report internazionali faticano a comunicare: a Gaza si muore. Bambini, neonati, malati. Si muore di fame, si muore senza medicine, si muore senza umanità.

Eppure oggi, Osama viene trasformato da simbolo di una tragedia in oggetto di discredito. Accusano la stampa che ha diffuso la sua immagine di essere “sciacalla”. Dicono che è tutta una “bufala”. Affermano che la foto sia stata usata per “propaganda pro-palestinese”, parlando della sua fibrosi cistica. Ma la fibrosi cistica non cancella, anzi rafforza la gravità dell’accusa: un sistema d’assedio che blocca alimenti, farmaci, carburanti e cure è doppio boia per i più fragili. Osama non è l’eccezione: è il paradigma. È la lente attraverso cui leggere la sofferenza di decine di migliaia di bambini con patologie croniche che a Gaza non hanno via di scampo.

Chi accusa di manipolazione, mente. E lo fa con la stessa disinvoltura con cui giustifica fame, embargo, bombardamenti su ospedali e ambulanze. Il Ministero degli Esteri italiano avrebbe confermato a Open di Mentana che Osama è in cura in Italia da giugno 2025. Sta meglio, certo. Ma ci chiediamo: quanti Osama sono rimasti a Gaza senza nessuna Italia ad accoglierli?

Alcuni giornali, come Open di Enrico Mentana, Libero, e persino il canale X ufficiale di Fratelli d’Italia, si sono affrettati a pubblicare articoli apparentemente “neutrali”, che confermano l’identità e la malattia di Osama, ma cercano sottilmente di neutralizzarne l’impatto emotivo e politico. “Sta bene”, titolano. Come se questo bastasse a cancellare l’inferno che ha vissuto. Come se il fatto che oggi sia curato in Italia smentisse ciò che le sue ossa gridavano solo poche settimane fa. Questo tipo di debunking non è giornalismo: è copertura morale del crimine, è maquillage della sofferenza. Non si può prendere atto della malattia genetica di un bambino e fingere che Gaza non sia una trappola letale per tutti i malati cronici. Non si può fingere che basti dire “fibrosi cistica” per assolvere chi ne ha affamato il corpo. Questo non è fact-checking. È complicità intellettuale.

Propaganda sionista: la menzogna come arma di distrazione

È grottesco che chi giustifica un assedio sistemico, chi difende il blocco dell’accesso umanitario, osi parlare di “strumentalizzazione”. È deumanizzante e cinico accusare di bufala una testimonianza visiva solo perché colpisce nel cuore della coscienza pubblica. Sì, Osama ha una malattia genetica. E sì, il suo stato fisico è conseguenza diretta non solo della fibrosi, ma della fame, della mancanza di farmaci, dell’impossibilità di cura a Gaza. Far finta che quei fattori non abbiano inciso è falsificare la realtà per manipolare l’opinione pubblica occidentale.

Chi oggi attacca con ferocia la stampa e i politici che hanno mostrato il volto della tragedia, non vuole la verità. Vuole silenziare l’empatia, vuole eliminare l’evidenza umana che disturba il racconto di una guerra “necessaria”. Ma a Gaza muoiono i bambini, i malati, i neonati. Lo dice The Lancet contando più di 100.000 morti Gazawi, lo documentano le agenzie ONU, lo gridano i corpi devastati dei piccoli come Osama.

La fame come arma. Il bambino come verità.

Alcuni sionisti hanno avuto persino l’ardire di sostenere che le immagini dei bambini denutriti non siano credibili perché “i genitori nelle foto non sono scheletrici”. Un’osservazione che mostra solo l’ignoranza abissale: i bambini hanno fabbisogni nutrizionali superiori, il loro metabolismo è fragile, e basta pochissimo – qualche giorno – per portarli al collasso. Neonati nutriti con acqua al posto del latte – perché a Gaza non ci sono formule – sviluppano danni irreversibili. Non si tratta di “propaganda”, ma di dati scientifici, medici, umanitari.

Osama non smentisce nulla: conferma tutto. Mostra che anche i più fragili, i malati, i piccoli con patologie gravi, in una Gaza sotto assedio non hanno alcuna possibilità. Quello che gli è stato garantito in Italia dovrebbe essere la norma, non un’eccezione concessa dalla sorte.

Chi oggi grida alla “bufala” è lo stesso che tace sulle decine di migliaia di bambini uccisi o mutilati, sulle madri senza parto sicuro, sui neonati morti nei reparti intensivi rimasti senza elettricità. Le stime dell’anno scorso parlavano di oltre 100.000 morti dirette e indirette. Quelle stime oggi sono molto conservative. Quando finirà, conteremo centinaia di migliaia di vite spezzate, molte delle quali – come Osama – avrebbero potuto essere salvate.

Osama è vivo. Ma Gaza, nel suo insieme, sta morendo. E chi prova a censurare le immagini, a infangare i testimoni, a criminalizzare la pietà, è complice. Non è politica. È coscienza. E quella non si insulta. Si ascolta.