Anas al-Sharif, uccisione mirata del giornalista a Gaza: “Repubblica” cita la hasbara chiamandolo “giornalista-terrorista”, noi raccontiamo ciò che ha detto alla nostra Redazione

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Gaza, 10 agosto – Anas al-Sharif non era soltanto una firma di Al Jazeera. Era un padre, un figlio, un marito. Ed era – per chi a Gaza cerca ancora di raccontare l’indicibile – la prova vivente che il giornalismo può resistere anche quando tutto crolla. Ieri notte è stato ucciso da Israele in un attacco aereo che ha colpito la tenda-redazione di Al Jazeera all’esterno dell’ospedale al-Shifa, a Gaza City. Con lui sono morte almeno altre sei persone inclusi i quattro corrispondenti: Mohammed Qreiqeh e gli operatori Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa. L’esercito israeliano ha rivendicato il raid sostenendo che al-Sharif fosse un dirigente di una cellula di Hamas; Al Jazeera, organizzazioni per la libertà di stampa ed esperti Onu contestano l’accusa come non provata e parlano di uccisione mirata di giornalisti

Pochi minuti prima di morire, al-Sharif aveva pubblicato su X: «Bombardamenti senza sosta… da due ore l’aggressione israeliana si intensifica su Gaza City». Era l’ennesimo aggiornamento dal fronte di chi, da mesi, raccontava fame, assedi e macerie. 

 

Una campagna di delegittimazione sfociata nel sangue

Da settimane il portavoce arabo dell’esercito israeliano, Avichay Adraee, aveva preso di mira al-Sharif in video e post, definendolo un militante di Hamas. Il Committee to Protect Journalists (CPJ) aveva lanciato un appello pubblico il 24 luglio: «Siamo gravemente preoccupati per la sua sicurezza; è oggetto di una campagna diffamatoria dell’esercito che lui considera un preludio alla sua assassinio». L’esperta Onu per la libertà di espressione Irene Khan aveva parlato di «accuse infondate» e di «un tentativo palese di mettere in pericolo la sua vita e zittire il suo lavoro». Aveva avvertito: «È l’ultimo corrispondente di Al Jazeera rimasto nel nord di Gaza». Aveva ragione. 

La morte di al-Sharif e dei suoi colleghi arriva nel periodo più letale per i giornalisti da quando esistono rilevazioni: secondo il CPJ, al 5 agosto 2025 almeno 186 giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi nel conflitto; l’ufficio stampa del governo di Gaza parla di un bilancio ancora più alto, oltre 230. Qualunque cifra si prenda, la tendenza è chiara: documentare la guerra a Gaza è diventato un mestiere mortale

Le parole, le responsabilità, e la scivolata italiana di Repubblica

Al Jazeera ha definito il raid «un attacco deliberato alla libertà di stampa», la Federazione internazionale dei giornalisti (IFJ) parla di «attacco mirato contro una tenda di giornalisti» e chiede accountability. Il Washington Post, Reuters, El País e altre testate internazionali hanno confermato luogo, dinamica e accuse incrociate: una tenda-redazione accanto a un ospedale, cinque membri di Al Jazeera uccisi, la versione dell’IDF che presenta al-Sharif come “terrorista” e la secca smentita del network e delle organizzazioni di categoria.

Nel flusso di aggiornamenti, la Repubblica ha pubblicato – secondo fonti 0 in una prima versione del suo live la formula «giornalista-terrorista Anas al-Sharif», poi corretta dopo le proteste sui social. Una scelta terminologica grave, perché anticipa una sentenza e ricalca esattamente la narrazione dell’apparato militare del regime di Tel Aviv che quelle accuse ha lanciato senza fornire prove verificabili. L’aggiornamento attuale del live riporta una formulazione più neutra, ma resta agli atti lo scivolone iniziale. Le parole contano – soprattutto quando un giornalista viene appena ucciso.

Giornalisti della nostra Redazione hanno partecipato sotto copertura ad alcuni briefing privati filo-governativi dove venivano proposti schemi narrativi e terminologia per i media occidentali presenti. Non ci sono prove pubbliche che colleghino ciò alla frase usata da Repubblica, ma la coincidenza è troppo forte per non indagare.

Chi era Anas al-Sharif e la nostra testimonianza diretta

Ventotto anni, cresciuto nel campo profughi di Jabalia, Anas è diventato in pochi mesi la voce – e spesso il volto – della devastazione nel nord di Gaza. Ha continuato a lavorare dopo aver perso il padre in un bombardamento del 2023, dormendo in una tenda e trasmettendo tra macerie e corsie d’ospedale. I colleghi lo descrivono come instancabile, capace di alternare freddezza da cronista e un’empatia che a volte gli incrinava la voce. 

La nostra redazione è in contatto, da mesi, con persone sul terreno. Possiamo riferire un dettaglio che non avevamo mai pubblicato: a un nostro collaboratore che – preoccupato per la sua vita – gli suggeriva di lasciare la Striscia, Anas ha risposto: «Resterò a Gaza. Ne uscirò solo per andare verso il Paradiso». Parole che oggi suonano come un testamento professionale e umano.

Nelle ore in cui l’offensiva si intensificava, nel messaggio divenuto virale su X – rivolto «A chi di dovere» – avvertiva che l’occupazione stava minacciando «una invasione su vasta scala», ricordava «decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti» e concludeva: «Se questa follia non finisce, Gaza sarà ridotta in rovine e la storia vi ricorderà come testimoni silenziosi di un genocidio che avete scelto di non fermare». Parole che oggi, dopo l’ennesima uccisione di giornalisti, suonano come un atto di accusa collettivo.

Chiamare le cose col loro nome

Nel diritto internazionale umanitario, i giornalisti sono civili. Prenderli di mira è un crimine di guerra. La sistematica etichettatura dei cronisti come “militanti” – senza prove trasparenti e verificabili – mina la protezione che le Convenzioni garantiscono e apre la porta all’impunità. Irene Khan ha usato la parola «genocidio» per descrivere il contesto che si tenta di silenziare; molte organizzazioni per i diritti umani dicono lo stesso. Noi condividiamo quella valutazione e la ribadiamo: ciò che accade a Gaza – per scala di distruzione, intenzionalità dichiarata da più fonti e targeting di civili e infrastrutture vitali – è un genocidio. E chi lo facilita con armi, coperture diplomatiche o campagne di fango condivide la responsabilità.

Uccidere chi documenta significa uccidere le prove. Significa togliere voce alle vittime presenti e alle generazioni future. Oggi il dovere minimo di chi fa informazione è non confondere le versioni con i fatti, non appaltare il linguaggio ai comunicatori militari, non ripetere etichette che possono costare la vita.

I fatti essenziali (verificati)

  • Dove e quando: 10 agosto, tenda-redazione vicino all’ospedale al-Shifa, Gaza City. Reuters

  • Vittime: cinque membri di Al Jazeera (Anas al-Sharif, Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal, Moamen Aliwa). El País ; Al Jazeera

  • Accusa dell’IDF: al-Sharif sarebbe stato un dirigente di una cellula di Hamas (accusa contestata e non corroborata pubblicamente). Reuters ; The Washington Post

  • Allarmi precedenti: CPJ e la relatrice Onu Irene Khan avevano avvertito che stava subendo una campagna di delegittimazione e minacce. Committee to Protect Journalists ; ohchr.org

  • Bilancio dei cronisti uccisi: almeno 186 confermati dal CPJ; le autorità di Gaza parlano di oltre 230.