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L’analisi: Gaza, laboratorio della Soluzione Finale, ISIS per procura e strategia del genocidio graduale per ottenere la Grande Israele

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L’analisi: Gaza, laboratorio della Soluzione Finale, ISIS per procura e strategia del genocidio graduale per ottenere la Grande Israele

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Negli ultimi mesi, un’ombra si è allungata sul già tragico panorama del genocidio in corso a Gaza: la comparsa di milizie palestinesi armate, non affiliate ad Hamas né a Fatah, che operano nella Striscia di Gaza sotto l’egida delle forze armate israeliane. Il fenomeno, inizialmente sussurrato nei media locali e successivamente confermato da fonti ufficiali israeliane, è oggi un dato di fatto. E la sua portata tattica che morale rischia di esacerbare una situazione che ad oggi non sembra poter andare peggio, con decina di migliaia di morti civili dirette e centinaia di migliaia di morti indirette (fonte: studio The Lancet).

Tra queste milizie, il nome di Yasser Abu Shabab è diventato centrale. Figura controversa, beduino di Gaza senza legami con le principali fazioni storiche palestinesi, Abu Shabab guida un gruppo armato che opera a Rafah con il sostegno diretto delle forze del regime di Tel Aviv. Secondi i media israeliani, questa formazione è stata incaricata di proteggere i convogli umanitari e combattere Hamas. Tuttavia, numerosi rapporti, comprese inchieste condotte da Al Jazeera e CNN, documentano un coinvolgimento diretto della milizia in azioni di saccheggio, intimidazione e scontri armati con la popolazione locale, spesso in contesti di distribuzione di aiuti umanitari.

A complicare il quadro è l’accusa lanciata da Avigdor Lieberman (video sotto), leader dell’opposizione israeliana ed ex ministro della Difesa, secondo cui il governo Netanyahu starebbe armando “famiglie criminali” equivalenti a Daesh (ISIS) all’interno di Gaza. Lieberman ha denunciato la fornitura di armi leggere, inclusi fucili d’assalto sequestrati ad Hamas, a questi gruppi. Affermazioni gravi che, pur venendo da un avversario politico, trovano riscontro in testimonianze sul campo e in fonti militari anonime citate da Times of Israel e Middle East Eye.

 

Collaborazionismo 2.0: quando il terrorismo fa comodo

Non è la prima volta che Israele ricorre a strategie di divisione interna nel contesto palestinese. Già negli anni ’80, alcune politiche permisero indirettamente la crescita di Hamas come contrappeso a Fatah. Oggi, tuttavia, la collaborazione assume una forma più brutale: l’uso attivo e armato di milizie palestinesi per esercitare un controllo indiretto su zone occupate. In un contesto segnato dalla distruzione di ogni infrastruttura civile e politica e dalla continuata attività dei combattenti di Hamas, ad Israele non sembra che restare la via di una gestione per procura, appoggiandosi a clan locali in cambio di protezione, impunità e armamenti.

Questo modello, che di fatto militarizza l’anarchia, può avere effetti devastanti come lo svuotamento della leadership politica palestinese, già indebolita da anni di assedio e fratture interne; la legittimazione dell’illegalità armata come forma di “governance alternativa”; ed infine; l’ esplosione di un conflitto intestino che rischia di assumere tratti tribali, alimentando uno stato di guerra permanente intra-palestinese.

Il risultato non è un ordine nuovo, ma un caos funzionale al mantenimento dell’occupazione: la popolazione è divisa, le istituzioni paralizzate, la credibilità palestinese erosa dall’interno.

Il ritorno dell’ISIS, la logica dell’assedio, e m’auto-pulizia etnica assistita

A rendere la questione ancora più spinosa è il profilo ideologico e operativo di alcune di queste milizie. Pur non essendo ufficialmente affiliate a DAESH, diversi rapporti indicano che i gruppi sotto Abu Shabab hanno combattuto nel Sinai contro cellule ISIS, ma anche che adottano tattiche e strutture paramilitari simili. L’ambiguità è evidente: si tratta di ex combattenti radicalizzati che ora, sotto copertura israeliana, operano con metodi da guerra sporca (la ‘dirty war’). Se non è ISIS, è qualcosa che gli si avvicina per logica, struttura e assenza di controllo. La domanda che sorge spontanea è: a chi serve realmente la destabilizzazione endemica di Gaza? La risposta è chiara.

Finanziare e armare gruppi armati locali senza controllo, potenzialmente ostili, è una mossa che, in qualsiasi altro scenario geopolitico, verrebbe definita sabotaggio dello Stato di diritto o complicità con forze terroristiche. In questo caso, sembra essere una componente accettata — se non esplicitamente pianificata — del “day after” israeliano, il tanto discusso progetto per il futuro della Striscia dopo l’ipotizzato ‘annientamento’ di Hamas.

Ma la strategia si rivela profondamente autolesionista. Le armi, infatti, potrebbero (e in parte già lo fanno) rivolgersi contro Israele stesso, come ha avvertito Lieberman. La comunità internazionale, già critica, osserva con crescente preoccupazione l’apparente tolleranza israeliana verso il caos interno a Gaza, che impedisce perfino la distribuzione di aiuti. A questo si aggiunge il rischio che Gaza si riduca non solo ad una tomba per i deceduti ma anche ad un lager per i sopravvissuti sotto sorveglianza armata rischiando di incendiare ulteriormente l’opinione pubblica globale, e delegittimare qualsiasi tentativo di soluzione diplomatica.

La collaborazione con milizie locali a Gaza segna un salto di ‘qualità’ nella strategia di frammentazione perseguita da Israele. Non si tratta più solo di dividere il fronte palestinese: si tratta di corromperlo, armarlo, e usarlo contro sé stesso. Il prezzo di questa logica — in termini di vite umane, ordine sociale e legalità internazionale — è altissimo.

Chi arma gang in un territorio assediato e affamato non costruisce sicurezza, ma prepara il terreno per un conflitto senza fine. E, nel farlo, svela la verità ultima di ogni colonialismo moderno: meglio il caos che la giustizia, meglio l’anarchia che l’autodeterminazione.

La strategia appare ormai in tutta la sua crudezza: usare ogni pedina politica, ogni clan, ogni milizia, come moneta da scambiare per allungare il massacro, mantenere Gaza nel limbo dell’agonia e nel caos funzionale. Israele sa che molti gazawi non scapperanno — lo hanno dimostrato a costo della vita — e allora la mossa successiva è ancora più cinica: creare l’inferno interno, armare bande “pro-Daesh” che facciano il lavoro sporco, ovvero eliminare i residui di società civile, spezzare ogni forma di coesione e autodifesa, ridurre la Striscia a un vuoto utile.

E una volta completata questa “autopulizia assistita”, sarà semplice — persino presentabile all’opinione pubblica — eliminare la stessa milizia fantoccio, invocando ordine e sicurezza, per poi controllare militarmente e demograficamente Gaza, preparando il terreno a quel disegno di reinsediamento e ingegneria etnica che da anni giace appena sotto la superficie della retorica ufficiale.

Se questo schema riuscisse senza conseguenze internazionali significative, si configurerebbe come la formula perfetta del colonialismo moderno: espandere attraverso il caos, dominare attraverso bande armate locali, cancellare il nemico per procura, e infine insediarsi come “soluzione”…finale. Gaza diventerebbe così il laboratorio sanguinoso del “Grande Israele”, non più solo visione ideologica, ma progetto espansionista travestito da guerra al terrore, un meccanismo genocida replicabile dove la demografia non obbedisce e la resistenza non si piega.

Una strategia che, nel suo cinismo glaciale, fa dell’orrore un piano politico e della sopravvivenza palestinese un ostacolo da estinguere.

Crediti immagine copertina: Financial Time

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Sabri Ben Rommane

Sabri Ben Rommane è Vicedirettore de La Luce. Autore di 'Dalla Rabbia e l'orgoglio all'umiliazione e la sconfitta: come gli Afghanistan Papers di Craig Whitlock rivelano la portata del terrorismo neo-colonialista occidentale'; de 'La liceità della pena capitale oggi: una riflessione sui quadri di riferimento'; e di 'Il sacerdote in camice bianco e lo spettro scientista: una recensione critica de La Congiura dei Somari di Roberto Burioni'.

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