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15 Maggio, il grido eterno della Nakbah 77 anni dopo

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15 Maggio, il grido eterno della Nakbah 77 anni dopo

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Il 15 maggio non è una data. È una ferita. È il pianto di una terra che non smette di sanguinare. È il nome che diamo all’assenza, all’esilio, all’urlo che si perde nel vento da settantasei lunghi anni. Nakbah. Catastrofe. Ma nessuna parola può contenerla. È troppo piccola per raccontare la perdita di una patria, lo sradicamento di un popolo, l’umiliazione delle generazioni.

Oggi, 15 maggio, ricordiamo non solo l’inizio della diaspora palestinese, ma la sua continuità. Perché la Nakbah non è un evento passato: è un presente che si rinnova ogni giorno, oggi più che mai, nei vicoli sventrati di Gaza, sotto le macerie di case in cui il respiro dei bambini si è spento senza neppure sapere cos’è un confine.

Una bambina di Haifa

Mia suocera aveva quattro anni. Era una bambina a Tirat Haifa, quando i boati si fecero sempre più vicini. Il cielo era nero, ma non di nuvole. Le bombe cadevano come pioggia maledetta. I soldati arrivarono e gridarono che bisognava andarsene. Che non c’era tempo. Che la casa non era più casa.

Lei camminò, piccola, scalza, con la madre che la tirava per mano e il padre che teneva in spalla l’unico sacco con qualcosa dentro. Non capiva, ma sentiva. Sentiva il panico negli occhi della madre, le urla, i corpi a terra. Uno zio fu colpito mentre cercava di tornare indietro a prendere i documenti. Restò lì, sulla soglia, col sangue che scivolava nel cortile dove lei giocava.

Attraversarono la Galilea a piedi, rubando acqua ai pozzi e riparo agli alberi. In Giordania furono accolti in un campo di tende. Poi in Siria, a Yarmouk, dove il tempo si fermò e il mondo dimenticò. Crescendo, lei parlava della sua casa a Haifa come si parla di un sogno che si sa non tornerà. Ricordava la porta verde, l’albero di limone, il profumo del pane al mattino. Portava Haifa nel cuore come una reliquia.

Cos’è la Nakbah?

La Nakbah non è solo l’espulsione di oltre 750.000 Palestinesi nel 1948. È lo sradicamento di un popolo dalla sua terra, l’annientamento sistematico della sua memoria, la distruzione di oltre 500 villaggi, l’interdizione del ritorno. È la negazione dell’identità. È la trasformazione dell’essere umano in rifugiato, e del rifugiato in numero.

È il tentativo di cancellare la Palestina non solo dalla mappa, ma dal linguaggio, dalla coscienza collettiva, dalla storia. Eppure, nonostante tutto, il popolo palestinese non è mai scomparso. Ha vissuto nelle poesie di Darwish, nei racconti di Kanafani, nelle chiavi arrugginite che i nonni conservano ancora sotto il cuscino.

Le nuove generazioni nella diaspora

Chi è nato lontano dalla Palestina, l’ha ereditata come si eredita una ferita che non si rimargina. La Palestina è stata raccontata nei sussurri delle madri, nel sapore dell’olio d’oliva, nelle mappe disegnate a mano, nei nomi dati ai figli. La Nakbah ha generato una nazione dispersa, ma non dissolta. I nipoti dei profughi portano la Palestina tatuata nel cuore, anche se non l’hanno mai calpestata.

E oggi, la Nakbah si rinnova nei cieli di Gaza, che si tingono di fuoco e cenere. Nelle ambulanze che non arrivano, nei bambini che dormono sotto le macerie, nei silenzi del mondo che diventano complicità. Quello che accade a Gaza non è solo un massacro. È il tentativo di completare ciò che è iniziato nel 1948: un genocidio a fuoco lento, oggi accelerato.

Noi, come musulmani. Noi, come esseri umani.

Come musulmani, la Palestina è parte della nostra fede. È la terra del Mi‘raj, il luogo dove il Profeta salì ai cieli. È la culla dei profeti, il cuore della Qiblah iniziale. Non possiamo pregare rivolti a sud senza ricordare chi prega sotto le bombe. Non possiamo leggere il Corano senza sentire l’eco delle sue parole nei gemiti di Gaza.

Ma prima ancora di essere musulmani, siamo esseri umani. E come esseri umani, la Nakbah ci interroga: dov’eravamo quando i bambini venivano bruciati vivi? Dov’eravamo quando le madri scavavano a mani nude tra le macerie? Cosa abbiamo fatto quando la verità veniva messa a tacere, censurata, criminalizzata?

Un ricordo che non muore

Ogni 15 maggio, ricordiamo. Ma non basta ricordare. Bisogna tramandare, scrivere, gridare. Bisogna raccogliere le lacrime delle madri, le storie delle nonne, i disegni dei bambini. Bisogna fare della memoria un atto di resistenza. Perché la Nakbah non è finita. Ma neppure la nostra dignità.

E un giorno, quando i cancelli si apriranno, quando le chiavi ritroveranno le loro serrature, quando il grano tornerà a crescere nei campi di Beit Daras, allora sapremo che non abbiamo ricordato invano.

Fino ad allora, continueremo a portare la Palestina nel cuore, come mia suocera portava Haifa negli occhi, ogni volta che guardava il tramonto. E continueremo a piangere la Nakbah, non come un lutto chiuso, ma come una ferita viva, che ci fa sentire ancora umani.

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Danilo Gambi

Laurea in Scienze Politiche, Master in Relazioni Internazionali all'Université Catholique de Louvain, Belgio, Ho vissuto e lavorato per quasi una decade in Siria e nel Medio Oriente e 5 anni in Nigeria ed in Africa occidentale.

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